Dobbiamo perdonare Annamaria Franzoni . Dobbiamo lasciarla a se stessa, alla sua coscienza alla sua intimità familiare, a quello che resta di una vita spezzata da una tragedia. Si è confrontata con la società e la società, insieme al tribunale, l'ha condannata per le sue azioni tremende e brutali; l'ha additata, nonostante le sue proteste di innocenza, come la donna che ha fracassato la testa del piccolo Sammy, suo figlio. Perché è così che andata per  tre gradi di giudizio e un cospicuo numero di giudici che hanno lavorato fino alla sentenza definitiva, quella del 21 maggio 2008, quella che l'ha condannata a 16 anni di carcere per un delitto, è maturato in uno stato mentale e psicologico di forte stress.

Oggi quello stato psicologico non esiste più perché la detenuta Franzoni, incarcerata dal 2008, ci ha lavorato con dei professionisti, reclusa prima nel carcere di Bologna e poi, dal 2014, ristretta ai domiciliari a Ripoli. Certo è stata fortunata ha usufruito del beneficio di un lavoro esterno in una Coop sociale e dei permessi per vedere – tra le mura di casa – i due figli rimasti. Per stare con Davide, il maggiore e ‘testimone' di quel giorno infernale a Montroz e Gioele, il minore, il figlio nato dopo. I 16 anni sono diventati meno di 11 grazie a tre anni di indulto e ai giorni di liberazione anticipata legittimamente accumulati. Ed eccola di nuovo tra noi, Annamaria Franzoni, tornata in una comunità che la guarda con gelo e diffidenza. Che ha ancora voglia di prendersela con lei.

La Franzoni è stata insultata sui social network, fatta oggetto di scherno e meme, è stata definita ‘raccomandata' per il trattamento penitenziario e per la libertà anticipata. Che senso ha? Abbiamo già vissuto quell'orrore, abbiamo già dubitato, commentato, criticato e se prima aveva un senso, quello della riprovazione per quel sangue innocente versato, se prima aveva il senso  dell'ansia di giustizia, ora, no, non ce l'ha più. Annamaria Franzoni è una donna che un giorno è precipitata nel buio, vittima dei propri demoni e di se stessa. Non lo farà mai più, dice chi l'ha definita non socialmente pericolosa, probabilmente vivrà una vita tranquilla in seno alla sua famiglia. E perché non dovrebbe, ora? Quello che è accaduto nella villetta di Cogne è un mostro con cui si confronterà tutta la vita. Chi siamo noi per continuare a spingerla alla gogna? Perdoniamola, perché forse lei non lo farà mai.