"Semmai l'esigenza maturerà in seno a una delle forze politiche e verrà comunicata all'altra. Io verrò messo a parte di questa istanza, se condivisa e auspico che non destabilizzi l'esperienza di governo. Adesso, francamente, si tratta di un periodo ipotetico del quarto grado". Sono bastate queste poche parole, pronunciate dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la conferenza stampa di fine anno, per rafforzare i tanti rumors sulla possibilità che, dopo l'approvazione della legge di bilancio e il varo dei decreti per reddito di cittadinanza e quota 100 pensioni, le due forze politiche che compongono la maggioranza possano procedere a un rimpasto di governo. Una opzione a disposizione di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che potrebbe concretizzarsi assieme al "tagliando sul contratto di governo", reputato necessario in ragione del cambiamento del quadro complessivo.

Da giorni si parla con insistenza del futuro del ministro dell'Economia Giovanni Tria, finito, assieme al suo staff, nel mirino delle critiche di autorevoli esponenti della maggioranza. Sono in molti a pensare che Tria possa lasciare dopo l'approvazione della legge di bilancio, ottenuta dopo una lunga e complessa trattativa con la Commissione Europea. Una trattativa che però il professore ha condotto fianco a fianco col Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale ha rivendicato il merito di aver scongiurato l'avvio della procedura di infrazione senza aver rinunciato alle misure centrali del progetto di governo, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero con quota 100 pensioni. Un addio di Tria adesso, dunque, rappresenterebbe un colpo durissimo alla figura di Conte, che si sta invece ritagliando un ruolo di "mediatore responsabile" proprio in vista di un anno che si annuncia decisivo.

Molte sono anche le voci sulla figura di Danilo Toninelli, che non avrebbe la fiducia della Lega e sarebbe oggetto di critiche anche da parte della base dei 5 Stelle. Sotto accusa la gestione di alcuni momenti molto delicati, come la gestione del post crollo del ponte Morandi, ma anche la subalternità a Matteo Salvini sulla questione immigrazione e le titubanze in tema di grandi opere, da sempre cavallo di battaglia dell'ala movimentista dei 5 Stelle. Anche in questo caso, però, appare azzardato pensare a una staffetta in tempi brevissimi. Sul tavolo del ministero dei Trasporti, infatti, vi sono questioni delicatissime, come l'avvio dei lavori per la ricostruzione del ponte di Genova, il rapporto costi – benefici sul TAV e sempre le regole di ingaggio per gli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza impegnati nel Mediterraneo.

Dunque, ci sarà il rimpasto di governo?

No, o meglio, non ora (e salvo clamorose iniziative personali dei ministri). Se è vero che ci sono degli ingranaggi da sistemare, è altrettanto chiaro come la macchina stia finalmente partendo, dopo mesi di incertezze e problemi di ogni tipo. Cambiare in questo momento equivarrebbe ad ammettere che la fase più importante dell'inedita esperienza di governo Lega – Movimento 5 Stelle è stata affidata a un gruppo inadeguato, che ha commesso errori tali da necessitare correzioni drastiche e improvvise. Allo stesso modo, un rimpasto nel pieno della campagna comunicativa post legge di bilancio avrebbe un chiaro ritorno negativo sull'immagine del Governo e in particolare del Presidente del Consiglio Conte, su cui tornerebbe l'incubo del commissariamento.

Tutto bene, dunque? No, affatto.

Perché gli attriti con Tria (e con i tecnici che assieme a lui hanno lavorato alla stesura di una complicatissima legge di bilancio) non sono affatto rientrati e appare arduo ipotizzare che toccherà ancora al professore gestire la prossima legge di bilancio, quando sarà necessario inventarsi qualcosa per impedire un disastroso aumento dell'IVA. Perché la posizione di Toninelli è sempre in bilico e le mire leghiste sul ministero dei Trasporti sono note da tempo. Perché ci sono altri ministri che non hanno convinto e altri ancora che hanno finora contato poco o nulla. E, infine, perché Salvini e Di Maio non hanno ancora deciso cosa vogliono fare da grandi e continuano a gravitare in questa terra di mezzo fra ambizioni personali, piccoli aggiustamenti e "cambiamento" sempre rinviato.

Le risposte arriveranno in primavera, con le Europee e con il lavoro sul DEF. E forse porteranno anche al rimpasto.