Ho chiesto alle varie forze politiche, particolarmente a quelle più consistenti, se fossero emerse nuove possibilità d'intesa, registrando che non ve ne sono. Com'è evidente, non vi è alcuna possibilità di formare un governo sorretto da una maggioranza nata da un accordo politico”. Con questa considerazione garbata e pacata, subito dopo l'ennesimo giro di consultazioni andato a vuoto, il Presidente della Repubblica era riuscito a "convincere" Di Maio e Salvini della necessità di riaprire un canale di discussione, per dare al paese un governo necessario. Niente a che vedere con il durissimo intervento con il quale Giorgio Napolitano accettò il secondo mandato come Capo dello Stato, anche in quel caso per sbrogliare una crisi politica senza precedenti. Ma la sostanza cambiava poco e il concetto era: i partiti si stanno rivelando incapaci di uscire dal pantano, per formare un governo che consenta l’avvio della XVII legislatura e metta il Paese al riparo dai rischi delle speculazioni finanziarie e, soprattutto, dell’aumento dell’IVA al 25%, come effetto delle clausole di salvaguardia ereditate dai governi precedenti. E, nell’auspicare “un governo con pienezza di funzioni che possa amministrare il nostro Paese senza i limiti operativi di un governo dimissionario”, il Presidente della Repubblica si spingeva fino al limite estremo del suo mandato, scendendo in campo direttamente con una proposta istituzionale: un governo “neutrale rispetto alle forze politiche”, che gestisca la fase di transizione verso le urne fino a che “si formasse una maggioranza parlamentare”, oppure fosse “approvata la manovra finanziaria per andare subito dopo a nuove elezioni”.

Un tentativo generoso e necessario, destinato a fallire con certezza assoluta, ma che ha comunque contribuito a determinare le condizioni per uscire dall'impasse. Una minaccia non determinante, a parere di chi scrive (i perché si sia giunti a questo punto ho provato a riassumerli qui), ma che ha lasciato intendere la volontà di gestire comunque la crisi da protagonista. Un passaggio che assume un grande valore alla luce dei fatti di questi ultimi giorni, che hanno mostrato un grande attivismo del Colle, con i dubbi e le frenate più o meno convinte sulla possibilità di dare l'incarico a Giuseppe Conte. Mattarella semplicemente non poteva accettare senza battere ciglio l’indicazione di Giuseppe Conte come nome unico per la Presidenza del Consiglio, con tanto di lista di ministri pre-compilata, come si è scritto in questi giorni. Non è solo una questione di prassi istituzionale, ma di dignità delle istituzioni e della Repubblica. Non si può dire pubblicamente, come ha fatto Luigi Di Maio, “il nostro premier è il programma”, perché riflette una concezione del ruolo che è contro i principi su cui la Repubblica è fondata. A Palazzo Chigi non può sedere un prestanome, un “nome qualunque che deve applicare il programma”, men che meno una persona eterodiretta dai leader politici. Serve una persona libera, forte e politicamente legittimata a ricoprire quel ruolo. Lo dice la Costituzione e lo dicono anni di consuetudini, che non si possono cancellare sull'onda di un percorso, quello di Di Maio e Salvini, che ha ricordato più le fasi finali di una campagna elettorale che la gestione di una crisi post elettorale.

Le "resistenze" di Mattarella rispetto all'indicazione di Conte, in fin dei conti, si spiegano in questo modo. Bisogna considerare che il ruolo del Presidente della Repubblica ha subito un sostanziale cambiamento in questi ultimi anni. Se le competenze sono rimaste le stesse (ovviamente), il peso nella formazione del governo è cresciuto in modo esponenziale. Nella cosiddetta Prima Repubblica la centralità dei partiti (e il sistema elettorale) aveva naturalmente determinato che il ruolo del Capo dello Stato fosse quello di “ratifica” di accordi e decisioni frutto di compromesso. Nella cosiddetta Seconda Repubblica, invece, il sistema elettorale (soprattutto quando prevedeva l’indicazione del candidato premier) e il sostanziale bipolarismo, avevano fatto sì che al Quirinale toccasse un ruolo da notaio o al limite da consigliere nella scelta dei ministri. Nei momenti in cui il sistema è sembrato sul punto di collassare, invece, il ruolo del Presidente della Repubblica è tornato a essere determinante, anche a prescindere dall’attivismo (per alcuni eccessivo) di Giorgio Napolitano. Ora, la crisi apertasi dopo il risultato elettorale e “lo stato di salute” dei partiti italiani hanno ridato peso e centralità alle scelte operate da Mattarella. Il quale si è mosso con estrema cautela fino a qualche giorno fa, per poi tenere quasi due ore nel suo studio il Presidente del Consiglio incaricato.

Non c’era solo da convincere Conte del fatto che lo Stato richieda un premier autonomo e forte, ma anche da individuare delle correzioni di rotta prima che sia troppo tardi. Nella foga iconoclasta e nella retorica del cambiamento per il cambiamento, infatti, rischiano di essere travolte anche le architravi della nostra Repubblica, le istituzioni e la democrazia rappresentativa. Chi dà a Di Maio la legittimazione di dichiarare la nascita della Terza Repubblica? Come spiegare a Salvini e Di Maio che quel contratto è carta straccia e che non esiste alcun vincolo di mandato per il Presidente del Consiglio? Come dire a Conte che l’assoluta eccezionalità della figura di un tecnico indicato dai partiti quale nome terzo deve necessariamente conciliarsi con il rispetto del ruolo della Presidenza della Repubblica?

Ecco, la sfida di Mattarella è tutta qui: accertarsi che "il governo del cambiamento" non stressi la tenuta delle istituzioni, che la legittima volontà di dare al Paese un futuro diverso sia perseguita senza mettere in pericolo le fondamenta democratiche (e la collocazione internazionale) dell'Italia, che Salvini e Di Maio abbiano chiaro che il tempo della campagna elettorale è finito.