Come ciclicamente accade, il bullismo torna agli onori della cronaca: il caso, questa volta, riguarda un istituto tecnico di Lucca, con studenti che umiliano il professore mentre altri alunni riprendono la scena con il cellulare. Le analisi sociologiche che affollano giornali e social network raramente presentano una nota di metodo indispensabile, una qualunque dichiarazione di umiltà che avvisi il lettore che il bullismo, a oggi, per sua natura e per i metodi di ricerca, non può essere del tutto compreso. Siamo tutti ignoranti sul tema: psicologi, insegnanti, educatori, cittadini (editorialisti compresi). Il bullismo, nelle sue forme dal vivo così come in quelle digitali, presenta infatti un basso tasso di denuncia. Secondo i dati Istat 2015, il 65% dei giovani tra gli 11 e i 17 anni intervistati pensa che la soluzione migliore, quando si subiscono atti di bullismo, sia chiedere aiuto ai genitori: questo dato, probabilmente da ridimensionare, dal momento che si riferisce a ipotesi astratte (tra l’immaginare e il vivere c’è la stessa distanza che c’è tra il dire e il fare), indica però anche che il 35% dei ragazzi non ritiene percorribile tale soluzione, dato confermato da coloro che ritengono, anche in astratto, che far finta di niente (29%) e cercare di cavarsela da soli (16,8%) siano le soluzioni migliori contro il bullismo.

Paradossalmente è proprio quel nuovo bullismo che catapulta i video delle violenze online a strappare inconsapevolmente il velo di omertà e a imporre di vedere quel che spesso si finge di non notare. Se pure viene così amplificato l’effetto prevaricante, perché in rete il sopruso si replica potenzialmente ovunque e per sempre, il fenomeno non è più negabile, la sua esistenza, troppo spesso occultata dalla vergogna, è resa palese dal virtuale atto di scherno.

Una tentazione cui cedono molti commentatori è allora la nostalgia dei tempi andati: a leggere certe riflessioni, sembra quasi che il bullismo sia un fenomeno degli ultimi anni. Eppure di prevaricazioni collettive e soprusi è piena la letteratura, il cinema, la musica: solo ora che ha un nome e che anche l’informazione se ne occupa, il bullismo è diventato emergenza morale ed educativa su cui pontificare, pur essendo sempre esistito e aver costituito, anzi, la base della predominante concezione del potere, oltre che, in determinati casi, un mezzo correzionale spacciato per educazione.

Contro l’umiliazione del professore di Lucca è infatti già stata comminata la pena della bocciatura per tre degli studenti coinvolti, mentre per gli altri sono stati disposti ulteriori provvedimenti disciplinari che potranno portare anche alla perdita dell’anno: ma davvero la minaccia (e la condanna) della perdita dell’anno scolastico può essere utilizzata come meccanismo punitivo? Non dovrebbe essere l’extrema ratio per colmare lacune formative che non si è riusciti a risolvere durante il percorso? Il pugno duro, la tolleranza zero, il principio di autorità sono davvero efficaci nel risolvere i problemi di bullismo?

Spaventa, più che la bocciatura in sé, l’automatismo di tale strumento, che da didattico finisce per diventare repressivo, decidendo della sorte formativa degli alunni ad anno scolastico ancora in corso. Sia chiaro: i comportamenti degli studenti di Lucca non sono giustificabili e non è detto che la perdita dell’anno non sia la soluzione più corretta dal punto di vista educativo, purché, come ogni strumento didattico, anche essa sia scelta in funzione del miglioramento del ragazzo, invece che della sola tranquillità del clima classe. Non si tratta di lassismo, quanto di rendersi conto che la bocciatura ha, essenzialmente, tre diversi esiti: quello auspicato è, ovviamente, la redenzione dello studente, che riscatti le lacune formative o gli eccessi comportamentali, acquisendo conoscenze, abilità e competenze e accettando il patto educativo. Si tratta di un risultato che richiede la coesistenza di diverse condizioni, dall’elemento imprescindibile della consapevolezza dell’alunno fino al supporto della famiglia e del corpo docenti: purtroppo, questo esito positivo non sempre si verifica. Di contro, da un lato, resta vivo il rischio della dispersione scolastica: l’alunno bocciato abbandona l’istruzione e si butta nel mondo del lavoro, come fosse un individuo ormai formato, nonostante i docenti abbiano giudicato i suoi mezzi culturali non idonei per l’ammissione agli studi previsti per la sua età. Dall’altro lato, lo studente bocciato potrebbe finire per costituire l’elemento deviante di un altro gruppo classe: la responsabilità dell’educazione dell’alunno, che potrebbe non integrarsi o, in alternativa, mettere in atto condotte prevaricanti nei confronti dei nuovi compagni più giovani, passerebbe ad altri docenti, spesso ignari della storia umana e scolastica degli alunni bocciati con cui devono confrontarsi. Di fronte a questi rischi, ci si chiede, allora, se sia accettabile l’eventualità di abbandono da parte dei bulli, ossia se i colpevoli abbiano ancora diritto a un’istruzione che li emancipi culturalmente. E, ancora, se nella scelta punitiva applaudita dall’opinione pubblica si tenga in considerazione il rischio di generare nuovi disagi e nuove vittime.

E che cosa succede quando, alla già controversa punizione autoritaria dei bulli, si sostituisce il bullismo stesso? L’opinionista che, con lo slogan “Ti regalo un giorno da Tiziana Cantone”, postava al ludibrio (e a insulti e minacce) dei suoi follower il profilo di un utente che aveva sbeffeggiato la donna istigata al suicidio ha forse riportato in vita la vittima? Ha corretto il carnefice trasformato in nuova vittima? Ha redento i bulli?

Il bullismo è una dinamica distorta di gestione del potere: attraverso tossici rapporti di forza, la relazione sociale viene viziata dalla prevaricazione, dal dominio dei tanti sulla vittima. Il rimedio di un bullismo contro i bulli allora non è altro che la sua legittimazione, una certificazione dell’efficacia di tale atteggiamento nei rapporti della comunità sociale.

Ma la punizione, più o meno umiliante, è un rimedio veramente efficace? Secondo diversi psicologi, pedagoghi e sociologi, no. Anzi, le soluzioni proposte vanno nella direzione opposta, non tanto con lassismo o atteggiamenti permissivi, ma curando il clima classe (o in generale l’ambiente sociale) in maniera aperta, problematizzando la questione con i protagonisti, ad esempio attraverso l’indagine collettiva sulle motivazioni alla base degli atti prevaricanti (come sperimentato da Rigby), o attraverso interventi di alfabetizzazione morale (come proposto da Bandura), o ancora fornendo agli studenti strategie per la gestione dei conflitti (come dimostrato dalle ricerche di Aber, Brown e Jones).

Insomma, si tratta di soluzioni a lungo termine, tutt’altro che semplici, che necessitano prima ancora che di competenze educative, di coerenza umana, anche politica: perché i ragazzi che frequentano le scuole, che siano bulli, vittime o testimoni omertosi, non sono solo studenti (la cui istruzione è demandata agli insegnanti), né soltanto figli (la cui educazione è compito delle famiglie), ma sono anche cittadini. Sono cittadini di uno Stato in cui l’insulto politico è lessico quotidiano, in cui lo sfottò all’avversario o all’alleato di partito arrivano a livelli di bassezza che non è irragionevole definire “bullismo istituzionale”.

Con questi presupposti, ogni discorso pubblico sul fenomeno appare vuoto e ipocrita: perché per combattere il bullismo bisognerebbe cominciare a smettere di fare i bulli.