Nel corso dei primi mesi della reggenza a Palazzo Chigi di Enrico Letta, il Governo ha fatto ricorso con grande frequenza allo strumento del decreto legge, portando a casa una serie di risultati "in extremis", con conversioni avvenute grazie al lavoro a tappe forzate di Commissioni ed Aule. Una analisi pubblicata da OpenPolis ne prende in esame undici (Salute, debiti pubblica amministrazione, emergenze, Imu, Ilva, Lavoro, Fare, Svuotacarceri, Cultura, Femminicidio, salva PA), mostrando quello che è il principale "effetto collaterale" dello strumento: la riduzione dell'incidenza dei lavori del Parlamento e, sostanzialmente, la mortificazione dell'azione legislativa delle Camere.

Analizzando nello specifico la percentuale con cui vengono approvati gli emendamenti proposti in Aula e commissione, è infatti del tutto evidente come le proposte parlamentari vengano cassate con una certa regolarità. Solo il 9,36% degli emendamenti trova infatti accoglimento (sostanzialmente dipende anche in questo caso dalle scelte dei relatori di maggioranza), per dati definitivi decisamente esplicativi: su 12.861 emendamenti presentati, solo 1.204 vengono poi approvati. In alcuni casi poi il distacco fra il lavoro parlamentare e i margini di trattativa con il Governo sono abissali (chiaramente va tenuto conto anche dell'incidenza della pratica ostruzionistica fatta in alcuni casi).

Ad esempio, la maggioranza ha approvato solo il 3,79 percento degli emendamenti al decreto Svuotacarceri, solo il 3,06% a quello per la sospensione dell'Imu e solo il 6,51% delle modifiche proposte per il dl femminicidio. Insomma, dati che, pure nella considerazione del limitato ricorso allo strumento della fiducia fatto da Letta (a differenza dei suoi predecessori Monti e Berlusconi) devono necessariamente spingere ad una riflessione di merito su ruolo e funzioni delle camere.