Roberto Saviano è stato querelato da Matteo Salvini. In un'altra epoca i Ministri appena nominati ritiravano tutte le denunce in corso come segno di pax istituzionale. Ma i tempi sono cambiati e allora Salvini non solo decide di infischiarsene delle prassi, lo fa anche per nome e per conto dell'istituzione che rappresenta, aprendo un precedente che non ha eguali nella storia repubblicana non solo italiana ma dei paesi democratici occidentali.

Nella storia repubblicana italiana mai nessuno ha sovrapposto la propria figura al proprio ruolo. Non solo. Il Presidente degli Stati Uniti non è la Presidenza, ne è il rappresentate. La tecnica utilizzata da Salvini per denunciare Saviano ricorda più la monarchia di Luigi XIV per la quale "l'état c'est moi" che una moderna repubblica. Saviano ha attaccato, anche in modo veemente, il Ministro degli Interni per la sua azione politica e per le sue scelte, non ha attaccato il Ministero nell'atto della sua funzione di sicurezza interna. Quando un politico si sovrappone all'istituzione pretendendo di esserla e non di rappresentarla siamo già in un cortocircuito che sa di autoritarismo più che di democrazia. E che ricorda anche una pagina buia della nostra storia recente, quando fu quasi completa la sovrapposizione fra Stato, istituzioni, partito e capo politico.

Salvini può andare oltre la prassi per la quale un Ministro non querela un giornalista, ma dovrebbe avere almeno il coraggio di farlo a titolo personale. Non può pretendere che a farlo sia l'istituzione che rappresenta, non può usare l'istituzione per colpire e intimidire non solo Saviano, ma i giornalisti e chiunque si opponga. Sono le basi della democrazia. Sono le basi per le quali lo Stato (perché se Salvini parla a nome del Ministero parla a nome dello Stato) non attacca i giornalisti, li protegge.

Lo Stato siamo noi, tutti, e nessuno può usarlo per scopi personali.