Un’operazione di politica territoriale e non un favore al clan dei Casalesi. La sponsorizzazione di un progetto imprenditoriale e non il riciclaggio dei soldi della famiglia Schiavone. Anzi, neppure questo: un incontro conviviale per finalità elettorali. Lui, Nicola Cosentino, all’epoca dell’inchiesta e della richiesta di arresto potentissimo coordinatore di Forza Italia in Campania e sottosegretario all’Economia dell’ultimo Governo Berlusconi, si era sempre difeso così: “Non ho aiutato mafiosi, volevo dare lavoro ai miei concittadini”. La Corte di Appello di Napoli, smentendo i colleghi del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, gli ha creduto. E lo ha assolto, a quattro anni dalla condanna di primo grado, dall’accusa di essere stato il mediatore tra Unicredit Roma e l’impresa Vian, che avrebbe dovuto realizzare un centro commerciale a Casal di Principe.

Seconda assoluzione per Cosentino, dopo l'Aversana Petroli

Seconda assoluzione, dopo quella per l’inchiesta sulla cassaforte di famiglia, l’Aversana Petroli, che, se sarà confermata dalla Cassazione, ridimensionerà e non di poco l’habitus da politico-criminale emerso dalle inchieste (tre quelle più importati) della Dda partenopea. Inchieste che lo hanno comunque estromesso per sempre dalla vita politica campana. Assolto per non aver commesso il fatto, cioè per non aver mediato gli interessi di Vian nel corso dell’incontro con il direttore di Unicredit, documentato da foto e mai smentito da Cosentino, ma al quale aveva sempre attribuito un’altra finalità. L’ex sottosegretario, difeso dagli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro, che ha scontato una condanna per corruzione (commessa in carcere durate la detenzione per la vicenda Aversana Petroli), era stato arrestato il 15 marzo del 2013, quando aveva perso l’immunità parlamentare (per due volte la Camera aveva negato l’autorizzazione all’arresto). A suo carico, ancora il processo per concorso esterno, in relazione alle infiltrazioni della camorra casalese nel comparto dei rifiuti, nello specifico nel consorzio di bacino Ce4 e nella Ecoquattro dei fratelli Orsi. Condannato a nove anni in primo grado, è in attesa del processo di appello, non ancora iniziato. L’ordinanza di custodia cautelare era stata emessa a novembre del 2009, undici anni fa.

Il Principe e (la scheda) ballerina: l’inchiesta

Doveva essere come il Jambo della vicina Trentola, più grande e più moderno. Come il Borgo Antico di San Cipriano, con i suoi stucchi falsi e le colonne simil-ioniche, marchio d’autore dell’architettura postmoderna dell’agro aversano. Un centro commerciale di cui non si sentiva affatto il bisogno ma che serviva eccome: per dispensare promesse di posti di lavoro in cambio di voto certi, per far camminare spedite le società di servizi degli amici degli amici, ovviamente per riciclare un po’ di soldi. E non poteva che chiamarsi “Il Principe”, richiamo al toponimo del paese e alla sua pretesa nobiliare, vera o leggendaria che sia. Principe come Casale, principe come Stanislao Corvino, figlio del re di Ungheria che si vuole esiliato nelle campagne paludose dei Mazzoni per stroncarne le pretese di successione al trono. E’ a mezza strada tra il 2007 e il 2008 quando il progetto prende forma. I terreni, a uso agricolo sono pronti per l’uso: centomila metri quadri a ridosso di Villa di Briano.

I pentiti

Ha raccontato Nicola Schiavone, figlio del capo dei Casalesi conosciuto come Sandokan, camorrista lui stesso, ergastolano e ora collaboratore di giustizia, che il cambio di destinazione d’uso era avvenuto qualche anno prima, tra il 2002 e il 2003, quando a occuparsi di piani e permessi urbanistici c’erano “a livello politico Nicola Consentino, il quale, con l'appoggio di Giuseppe Russo e di Francesco Schiavone si adoperò per l'approvazione di un nuovo piano regolatore generale che prevedeva una enorme superficie e cubatura al servizio del nuovo centro commerciale, oltre 100mila metri quadrati». Il tutto, con la collaborazione di dirigenti e tecnici comunali. Un mostro urbanistico, la sfacciata esibizione della grandeure casalese, a tal punto macroscopico da danneggiare “i bisogni abitativi della popolazione che, in molti casi, aveva bisogno di surplus di ubatura o di sanatorie per volumi in più realizzati abusivamente”. Un mostro di cui si sarebbe avvantaggiata anche la famiglia di Nicola Cosentino, proprietaria di terreni il cui valore così si accresceva in maniera smisurata.

Tra il 2007 e il 2008, dunque, il progetto si avvia alla realizzazione. Il costruttore è stato individuato: Nicola Di Caterino, cognato dell’allora sindaco Cipriano Cristiano. Che però non ha un centesimo. Lui ( e chi per lui) si attiva per cercare finanziatori ma le banche nicchiano. In principio fanno da garanti Giovanni Cosentino (fratello dell’ex parlamentare di Forza Ialia) e Gaetano Santarpia, ex esattore di Aversa. Poi dal cilindro spunta il coniglio: Unicredit Roma. Il funzionario incaricato della pratica (un affidamento di 6 milioni di euro) nega il nulla osta per mancanza di solidità della ditta, la Vian costruzioni, poi l’imprenditore procura una falsa fidejussione Mps (pagata un milione e duecentomila euro) e il finanziamento si sblocca dopo una visita di Nicola Cosentino e Luigi Cesaro alla sede di Unicredit.

Il centro commerciale costruendo (e mai più realizzato) era la merce di scambio per la campagna elettorale di Cipriano Cristiano e di un altro consigliere comunale: posti di lavoro in cambio di voti. Cristiano nella successiva campagna elettorale fu effettivamente riconfermato (la sua amministrazione è stata sciolta nel 2010 per le inadempienze nella raccolta dei rifiuti).

L’atto d’accusa

Secondo l’accusa (le indagini furono coordinate dai pm antimafia Antonello Ardituro, Francesco Curcio, Giovanni Conzo ed Henry John Woodcock), Nicola Cosentino (che all’appuntamento arrivò accompagnato da Luigi Cesaro, all’epoca presidente della Provincia di Napoli, e da Mario Santocchio, presidente dell’azienda dei trasporti di Salerno) diede il suo imprimatur all’operazione, riuscendo a far sbloccare la pratica di finanziamento, che si era arenata a causa della scarsa affidabilità finanziaria della Vian srl. Secondo la difesa, invece, si trattò di un incontro conviviale, la semplice presentazione di Nicola Cosentino ai funzionari della filiale di via Po dell’istituto di credito sollecitata da Santocchio, cognato del funzionario Cristofaro Zara (pure lui tra i destinatari della misura cautelare in carcere) e interessato ad accreditarsi presso i vertici del Pdl per strappare una candidatura alla Camera o alla Regione. Cosentino, nel corso del’interrogatorio di garanzia, aveva sostenuto che le conversazioni telefoniche intercettate all’epoca dell’incontro confermerebbero il suo disinteresse per l’operazione imprenditoriale, per altro rimarcato anche dagli interlocutori.