Martina Giannone, 27 anni (Facebook).
in foto: Martina Giannone, 27 anni (Facebook).

Quando aveva 17 anni finì in coma in seguito ad un grave incidente stradale a Mondello, nel quale perse la vita un suo compagno di liceo e altri due rimasero feriti. Stavano andando ad un compleanno quando la vettura a bordo della quale viaggiavano si è schiantata contro un palo. La sua vita era appesa ad un filo ma da quell'incubo è riuscita a svegliarsi. Non solo. A dieci anni di distanza da quella tragedia, Martina Giannone è ora stata assunta dallo stesso ospedale che l'ha curata e che l'ha aiutata a sopravvivere. La sua è una storia che ha dell'incredibile: per 28 giorni era come morta, poi il risveglio e le terapie che le hanno consentito di realizzare il suo sogno, cioè quello di lavorare nell'Unità risveglio della Fondazione Giglio di Cefalù, in provincia di Palermo. "Ho scelto io di lavorare qui, per dare ciò che ho ricevuto", ha detto Martina in una intervista al Corriere della Sera.

"Dopo 28 giorni di coma fui trasferita dall'ospedale di Palermo a quello di Cefalù. È qui che mi sono svegliata e ho visto per la prima volta le lacrime di mia mamma ", ha continuato la ragazza, che dopo aver conseguito la maturità non ha avuto dubbi su quale sarebbe stata la sua scelta successiva. Così, si è laureata in scienze infermieristiche nel 2014, grazie anche all'aiuto di un logopedista date le difficoltà che aveva nel parlare, ed è riuscita ad entrare nelle selezioni per l'Unità Risveglio dell'ospedale di Cefalù, lo stesso reparto che l'aveva vista risvegliarsi dopo il coma. "Dopo circa due anni di precariato a ottobre sono stata assunta a tempo indeterminato", ha concluso la 27enne, che si è anche fatta tatuare sul braccio la scritta che si trova all'ingresso del reparto: Tutto è possibile a chi crede. "È diventata la frase della mia vita. Il faro che mi dice che non bisogna mai mollare".

"Siamo orgogliosi della nostra collega Martina – ha commentato la vicenda il presidente dell'ordine degli infermieri di Palermo Franco Gargano -. Una storia intensa, drammatica, che ci fa capire l’importanza della nostra professione. Viviamo a stretto contatto con i pazienti ed ogni gesto, anche il più piccolo ed apparentemente insignificante, riveste un’importanza straordinaria per inculcare in chi attraversa un momento di difficoltà, una sensazione di fiducia in se stesso e nella struttura sanitaria che lo ha preso in cura".