Lucia (nome di fantasia) ha 20 anni e vive a migliaia di chilometri da dove è cresciuta. Non può vedere i suoi genitori e i suoi amici, non ha potuto finire la scuola e ha dovuto dire addio al suo fidanzato, perché a 17 anni, nella sua vita, si è insinuato un uomo più grande. Lo chiameremo Rinaldo, perché il suo vero nome in Sicilia è sinonimo di mafia e criminalità. Rinaldo l'ha puntata, perseguitata e minacciata per costringerla a obbedire a ogni suo ordine. È durato due anni e mezzo. Ce lo racconta Lucia dal domicilio protetto dove ha cominciato una nuova vita.

La tua storia inizia tre anni fa, nel 2016, giusto? 

"Sì, al mio paese di origine, siamo casa di un'amica, tutto inizia lì, in un ambiente sicuro e con una persona di cui mi fido".

Lei ti ha tradito? Ti ha consegnato nelle mani di Rinaldo? 

"No, non è andata proprio così. Dunque, Rinaldo è un suo parente e frequenta casa dei suoi spesso, così un giorno mi chiede il mio numero di cellulare perché potersi mettere in contatto con lei anche quando non è raggiungibile. Io, ingenua, glielo do senza pensarci".

E lui comincia a usarlo per altri fini, vero?

"Sì, mi chiama, mi scrive spesso, anche solo per darmi il buongiorno, allora io ne parlo con la mia amica e lei mi mette in guardia: ‘Attenta, lui non è una brava persona'".

A cosa si riferisce?

"Loschi traffici e malavita. Rinaldo è un boss".

E tu allora ne parli con qualcuno? 

"No, penso che se me la sbrigo da sola tutto finirà prima e senza che la cosa si ingigantisca".

Invece…

"Invece comincia a pedinarmi, mi controlla il telefono, minaccia il mio fidanzato: "Lasciala stare, lei è cosa nostra". Un giorno si presenta con un foglio stampato con tutti i messaggi con il mio fidanzato, mi era entrato nel telefono. Ci costringe praticamente a lasciarci per avere il controllo totale su di me".

Cosa vuole da te?

"Usarmi. Tra noi non ci sarà mai alcun rapporto intimo, io ho sempre provato disgusto e, del resto, a lui non interessa. Vuole che lavori con lui, per lui".

Cosa ti chiede di fare?

"Mi usa come cassiera, vuole che custodisca i soldi dei suoi affari sporchi. Diverse volte mi ha costretto a fargli da complice in furti e rapine. Sono il suo braccio destro".

E tu? Sei consapevole che stai lavorando per un boss? 

"Mi ha raccontato di aver ucciso più volte, una volta, addirittura, ho visto nella sua auto un vero e proprio arsenale militare. Ho capito molto bene con chi aveva a che fare".

Non hai chiesto aiuto? 

"La paura che potessero vendicarsi sui miei era tanta, ho continuato a fare quello che dovevo per sopravvivere, ma alla lunga la cosa mi ha distrutto. Ho cominciato a bere."

Quand'è che comincia la tua ribellione?

"Una volta gli dico a muso duro che quella vita non è per me, ma lui si infuria, mi trascina in un garage e tenta di strozzarmi".

Come ti sei salvata?

"Il suo amico lo ha trascinato via da me mentre ancora mi tirava calci. Mi ha urlato ‘scappa!'".

E tu lo hai fatto?

"Sì, qualche tempo dopo definitivamente, ma prima mi ha nuovamente minacciata di morte. Una volta mi ha portato sul ciglio di una scarpata: "Se ti ammazzo e ti butto di sotto, nessuno saprà più niente". Pensavo che lo avrebbe fatto, invece voleva solo spaventarmi".

E allora tu scappi davvero.

"Sì, vado a vivere a venti minuti di distanza da lì, in una casa per studenti, ma lui mi trova di nuovo. Così, esasperata, mi confido con un amico: "Non deve per forza andare così – mi dice lui – puoi denunciarlo". A quel punto raccolgo il coraggio e lo faccio".

E i tuoi? 

"Beh, io ero convinta che avrei fatto anche quel passo da sola, mi dico "ok, è l'ultimo sforzo", ma il mio amico intanto gli aveva raccontato tutto".

Cosa succede? 

"Che proprio loro, con serenità ma con fermezza, mi aiutano a fuggire in una località protetta".

Dove ti trovi ora? 

"No, ho passato cinque mesi in un'altra città a disintossicarmi dalla dipendenza dall'alcol, poi, ristabilita, sono venuta a vivere qui".

Lui ti ha più molestato? 

"No, ma so che continua a cercarmi. Con il mio avvocato attendiamo l'esito della denuncia, il giudice non si è ancora pronunciato. So che non è finita, ma è l'inizio della fine".

Perché hai voluto rendere nota la tua storia?

"Perché la mafia non deve essere un tabù, bisogna parlarne e io vorrei dare voce al mondo"." Continuerò sempre a combatterla, spero solo di non dover vivere come vive Saviano".

Ora hai ripreso gli studi? 

"Sì, voglio fare la giornalista, come te. Anzi, non proprio come te, sogno di fare la fotografa di guerra".

Una guerra, del resto, l'hai già attraversata.

"Sì, il mio motto è ‘metti a tacere la guerra prima che taccia da sola'".