Il senatore Gianluca Ferrara è capogruppo dei 5Stelle in commissione Esteri
in foto: Il senatore Gianluca Ferrara è capogruppo dei 5Stelle in commissione Esteri

“Come possiamo continuare a vendere armi a Paesi che violano i diritti umani e poi lamentarci del problema dell’immigrazione incontrollata? Non è più accettabile alimentare conflitti in giro per il mondo e poi stupirci dell’arrivo di migliaia di disperati”. La pensa così il senatore Cinque Stelle, Gianluca Ferrara, che ha presentato una proposta di legge per potenziare i controlli sull'export di armi fabbricate in Italia. “L’attuale legge non ha impedito le forniture militari ‘made in Italy’ utilizzate in conflitti armati. Non possiamo più tollerare di avere le mani sporche di sangue.”

In Italia esiste una legge, la 185 del 1990, che proibisce l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o che violano i diritti umani. Eppure le aziende italiane hanno venduto armi all'Arabia Saudita e agli Emirati arabi uniti impegnati nella guerra in Yemen. Cosa non ha funzionato?

Quando è stata approvata trentanni fa, la 185 fu una legge all'avanguardia a livello internazionale. In tutto questo tempo, però, la normativa è stata progressivamente svuotata e sistematicamente aggirata, consentendo forniture militari ‘made in Italy’ utilizzate in conflitti armati. Vendite che sono andate proprio a quelle monarchie del Golfo che non possono certo essere considerate un faro della democrazia. E’ il caso dell’Arabia Saudita a cui nel 2016 abbiamo venduto 22.600 bombe per una guerra che ha contribuito ad uccidere civili, tra cui, come ricorda Save the Children, migliaia di bambini. E’ evidente quindi che nella legge 185 c’è qualcosa che non va. Occorrono più controlli da parte del Parlamento nell'individuazione dei Paesi a cui non possiamo vendere armi, eliminando le falle che fino a oggi hanno consentito di eludere ‘legalmente’ i divieti.

Quali sono le principali novità contenute nella sua proposta di legge?

Oggi è possibile vendere armi italiane a un Paese coinvolto in un conflitto in presenza della semplice invocazione del principio di autodifesa (l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite), come nel caso dell’intervento saudita in Yemen. Noi introduciamo la necessità di una esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza come criterio di legittimazione internazionale del conflitto. Inoltre, è possibile l’export di armi a un Paese accusato da Onu e Ue di gravi crimini di guerra o violazioni dei diritti umani. E’ sufficiente che non ci sia una condanna formale contenuta in un documento vincolante, come una risoluzione, su cui è difficile, se non impossibile, raggiungere un consenso politico in tempi utili. Ecco, noi specifichiamo che per l’accertamento delle gravi violazioni bastino documenti non vincolanti di tutte le organizzazioni internazionali di cui l’Italia fa parte. La mia proposta di legge contempla anche la possibilità di sospendere temporaneamente le forniture di armi verso un Paese alleato se questo, nel frattempo, è entrato in guerra o ha commesso gravi violazioni dei diritti umani.

Un'altra novità sono i maggiori paletti alla vendita di armi leggere, come pistole e fucili, le più usate in triangolazioni e traffici illeciti. E ancora: si prevede il divieto di vendere armi a Paesi che non hanno sottoscritto lo storico Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty – ATT), salvo esplicita deroga deliberata dal Consiglio dei Ministri, che se ne assume quindi la responsabilità politica.

Si parla anche di sviluppare progetti per la conversione di attrezzature militari a scopi civili. Può fare qualche esempio?

Questo è un altro aspetto essenziale della riforma. Ci sono molti esempi in passato di conversione dell’industria bellica a fini civili, basti pensare a quanto accaduto dopo la fine delle seconda guerra mondiale oppure alla caduta dell’Unione Sovietica. Il mio disegno di legge prevede l’istituzione di un apposito fondo con cui finanziare le aziende della difesa, ad esempio, per la produzione di nuovi veicoli per scopi civili. Pensiamo al caso dei soccorsi: con dei mezzi cingolati potremmo arrivare subito nelle aree colpite da calamità e salvare più persone.

Francesco Vignarca, della Rete per il disarmo, si è detto preoccupato che la revisione della 185 possa peggiorare la legge. E non è stato l’unico ad esprime perplessità sulla riforma. Quali rassicurazioni si sente di dare?

Il M5s vuole solo migliorare la legge. Nel corso dell’iter legislativo sono previste audizioni delle associazioni pacifiste affinché possano dare il loro contributo.

Nel 2018 la vendita di armi italiane all'estero è stata pari a 5,2 miliardi. Quali saranno le conseguenze di una riduzione dell’export sulla nostra economia? Non teme che ci possa essere una ricaduta negativa sull'occupazione?

E’ vero, l’esportazione di armi è pari a quasi l’uno per cento del nostro Pil e l’Italia è tra i primi 10 Paesi produttori al mondo. Non propongo di chiudere le aziende italiane di armamenti o di licenziare i dipendenti. Per questo abbiamo pensato alla conversione dell’industria della Difesa a scopi civili. Allo stesso tempo, però, dobbiamo iniziare a cambiare prospettiva: vogliamo continuare ad alimentare un’economia bellica o vogliamo invertire questa tendenza?

Il deputato 5Stelle e sottosegretario alla difesa, Angelo Tofalo, ha affermato che l'Idex, una delle esposizioni di armi più importanti del Medio Oriente e Nord Africa, “rappresenta una grande opportunità per stabilire e rafforzare cooperazioni con i principali attori dell’area”. Sempre Tofalo vorrebbe organizzare in Italia una grande fiera dell’industria della Difesa. Queste dichiarazioni non sono in contrasto con la sua proposta di legge?

A mio avviso le dichiarazioni di Tofalo sono state inopportune. Anche se non credo ci sia stata malafede da parte sua. Mi auguro che si sia trattato solo di un problema di comunicazione. E’ già avvenuto in passato, ad esempio quando ha espresso il suo parere favorevole agli F35.

Diversi Paesi europei hanno deciso di interrompere l’export verso i sauditi. Addirittura gli Stati Uniti vogliono fermare il loro coinvolgimento nella guerra in Yemen. Nella conferenza stampa di fine anno, il premier Conte ha espresso la contrarietà dell’esecutivo italiano all'export di armamenti all'Arabia Saudita. Siamo a marzo, perché non è ancora stata formalizzata questa decisione?

Il motivo è la mancanza una convergenza politica tra il M5s e la Lega sull'embargo di armi all'Arabia Saudita. E' evidente che abbiamo “sensibilità” diverse. Basti pensare alle dichiarazioni del sottosegretario agli Esteri della Lega, Guglielmo Picchi, secondo cui non staremmo violando la legge vendendo armamenti ai sauditi.

Per quanto riguarda l’approvazione in Parlamento del suo disegno di legge, non teme che alla fine prevarrà la Ragion di Stato?

Mi auguro di no. C’è un ampio consenso alla mia proposta: dal ministro della difesa, Elisabetta Trenta, al vicepremier e capo politico del M5s, Luigi Di Maio, fino al sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano. Spero che la legge venga approvata perché sono sicuro di una cosa: chi consentirà che si continuino a vendere armi sporche di sangue starà dalla parte sbagliata della storia.