Non sono 400 licenziamenti. Ma 400 mancati rinnovi contrattuali. E la distinzione non è di poco conto. Parliamo della vicenda dell’Abramo Customer Care di Crotone, il call center di cui si discute in questi giorni per il mancato rinnovo dei contratti di alcuni lavoratori a causa, secondo quanto denunciano i diretti interessati, del decreto dignità, il provvedimento fortemente voluto dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Non di certo un fulmine a ciel sereno: l’azienda, infatti, aveva già lanciato l’allarme a luglio 2018, avvertendo che con il decreto dignità non avrebbe più potuto rinnovare i contratti a tempo determinato in scadenza. Il problema riguarda la sede di Crotone dell’azienda, dove alcuni dei 400 lavoratori (circa 200) hanno già visto scadere il loro contratto e altri avranno lo stesso problema a breve. Il decreto prevede infatti una stretta sui contratti a termine, che non possono essere prorogati oltre i 24 mesi. Il problema di aziende come quelle dei call center è che il lavoro è molto spesso stagionale, basandosi su ‘commesse’. Motivo per cui i contratti possono essere legati a singoli progetti e a periodi limitati. Ma una volta impiegati gli stessi lavoratori più volte, l’azienda – con le norme del decreto dignità – ricorre ad altri lavoratori non avendo convenienza economica nell’assumere a tempo indeterminato dipendenti che servirebbero, invece, su base stagionale.

Per il M5s non è colpa del decreto dignità

Un cortocircuito che con il decreto dignità, a essere precisi, c’entra fino a un certo punto. È vero, in questo caso il mancato rinnovo dipende da questo provvedimento. Ma se fossero rimaste le regole precedenti il problema sarebbe semplicemente stato posticipato di un anno, non eliminato. Il Movimento 5 Stelle ci tiene a ribadire che il “decreto non c’entra nulla”, come afferma il deputato e membro della commissione Lavoro, Riccardo Tucci, parlando con Fanpage.it. “Prima gli imprenditori erano abituati a fare quello che volevano sui lavoratori e i contratti, mentre adesso ci sono più vincoli”, è la posizione del deputato pentastellato. Per Tucci, comunque, “l’imprenditore che non assume ma prende nuovi lavoratori sbaglia, perché le imprese per arrivare a livelli qualitativi più alti, devono mirare alla specializzazione”. Difficile in caso di continuo ricambio.

Ma il punto principale, per il M5s, riguarda il limite dei contratti a tempo determinato posto dal decreto: “Se oggi il decreto dignità non esistesse, il prossimo anno sarebbe successo lo stesso. Vengono solo ridotti i tempi. Inoltre gli imprenditori avrebbero potuto prorogare i contratti con le vecchie regole per altri 12 mesi, avevamo previsto delle norme transitorie”. Tucci attacca allora i sindacati che, “in questo caso, invece di stare accanto ai lavoratori si schierano con l’azienda, forse anche per dinamiche politiche nazionali. I sindacati da che parte stanno? I sindacati stanno con l’azienda e contro il governo, siamo al paradosso assoluto”. Anche perché, secondo il deputato M5s, “le soluzioni c’erano, abbiamo già incontrato vari call center e qualche soluzione è venuta fuori”. Motivo per cui rimane aperta la possibilità di qualche modifica, per specifiche categorie, al decreto dignità: “Si potrà migliorare, ma non in seguito ad azioni di forza sulla pelle dei lavoratori”.

Quel che rimane però è il problema per un territorio in cui l’Abramo Customer Care costituisce una delle maggiori attività e, di conseguenza, uno dei più grandi datori di lavoro della provincia. “Abbiamo già interpellato” chi di dovere, assicura Tucci: “Vediamo quali saranno i provvedimenti, vedremo come muoverci”. E non manca una neanche tanto velata accusa politica: “Abramo è il fratello del più noto Abramo esponente del centrodestra, fra i possibili candidati alla presidenza della Regione. Che stiano facendo azioni politiche? Sono convinto di sbagliarmi, ma sono costretto a fare queste riflessioni, dei dubbi mi vengono”.

La Uil chiede un tavolo nazionale sui call center

La protesta dei lavoratori viene sostenuta dalle sigle sindacali che, però, ci tengono subito a precisare che “nessuno è stato licenziato”. Fabio Tomaino, segretario provinciale della Uil di Crotone, contattato da Fanpage.it, sottolinea che sono “contratti scaduti e non rinnovati, di cui 200 già scaduti e altri 200 scadranno da qui a maggio”. Ma a creare il problema non è il decreto dignità, che in realtà lo “anticipa, comunque si sarebbe posto tra un anno”. Il punto, ora, è cercare di  “sensibilizzare il governo che non ha valutato questo problema”. Tomaino chiede una modifica e l’apertura di un tavolo nazionale sul tema, valutando, anche che “i call center lavorano su commesse. L’azienda deve però considerare l’assunzione a tempo indeterminato. Magari su 400 ce ne saranno due produttivi da assumere almeno finché non scade la commessa. Poi il problema è che la perdita della commessa giustifica gli eventuali licenziamenti”.

L’effetto del decreto è l’aumento del precariato, secondo la Uil, “perché la legge consente all’azienda di attingere ai contratti di lavoro a progetto (Lap)”. Tomaino replica anche alle accuse rivolte dai 5 Stelle ai sindacati di difendere l’azienda: “Io non la difendo. E non dico che il Movimento 5 Stelle ha sbagliato, ma dovevano vincolare meglio le istanze dei territorio e le diverse situazioni quando hanno varato il decreto. Non c’è stata concertazione con le parti sociali e questo è il risultato”. Ma per la Uil, “sia nazionale che locale”, non bisogna “impiccare nessuno, c’è da aprire un ragionamento con l’azienda e con il governo. Magari vincolando le assunzioni soprattutto per le unità produttive”.

Per quanto riguarda le reazioni dell’azienda e del governo, Tomaino spiega che da una parte l’azienda “stringe le spalle”, dall’altra dal governo ci si aspetta qualche azione: “Abbiamo due rappresentanti del territorio elette con il Movimento 5 Stelle. Non le attacchiamo, noi vorremmo aprire un tavolo al Mise. Ma per ora dalla stampa locale emergono solo le polemiche dei Cinque Stelle contro Abramo e di Abramo contro i sindacati. Ai 5 Stelle imputo semplicemente un ritardo, perché l’allarme era stato lanciato già a luglio 2018”. E per i prossimi giorni non mancheranno le iniziative: assemblee locali coi lavoratori ma anche l’intento, in caso di necessità, di un’iniziativa a Roma.