Mentre al Quirinale Mattarella è costretto a fare i conti con posizioni cristallizzate e con pochissimi margini di manovra, a irrompere sulla scena politica è il precipitare della crisi siriana, con conseguenze ancora tutte da valutare. E, il fatto che tutti leader comincino il loro breve comunicato stampa ribadendo la necessità che l’Italia resti nel campo atlantico testimonia come il Capo dello Stato prenda molto sul serio le notizie che arrivano da Washington, Mosca, Damasco e soprattutto Parigi. Il nostro Paese è centrale nello scacchiere politico e, a maggior ragione in un momento di grande incertezza, Mattarella intende impedire salti nel buio o pericolosi equilibrismi, che potrebbero in qualche modo incrinare i rapporti con i partner atlantici. Una volontà cui si deve adeguare persino Salvini, che abbandona le suggestioni putiniane (accontentandosi di un “no ad azioni unilaterali”, che non si capisce bene cosa significhi) per ribadire che il posto dell’Italia è nell’alleanza atlantica.

Le parole di prammatica, specie se suggerite dal Capo dello Stato, non possono bastare e non rappresentano affatto una sufficiente garanzia. L’escalation della crisi siriana, infatti, farà aumentare la pressione sul nostro Paese, che diventerà sempre più centrale man mano che crescerà la tensione fra Putin e Trump o tra Damasco e Parigi. L’Italia potrebbe essere chiamata a scelte fondamentali, per ragioni geografiche, politiche ed economiche, ma anche perché potrebbe vedere nuovamente aumentare la pressione migratoria, considerato che la rotta balcanica sarebbe ulteriormente sigillata dal posizionamento in un conflitto della Turchia di Erdogan. Che a gestire questa fase possa esserci un governo dimissionario sembra eventualità fuori discussione.

Anche per questo la crisi siriana potrebbe agire come un catalizzatore e accelerare un processo che altrimenti avrebbe visto una lunga decantazione. Le diplomazie sono al lavoro e i contatti con i referenti nei partiti sono serrati e continui. La “richiesta”, come detto, non è solo quella di garanzie circa la permanenza italiana nel campo “in cui è sempre stata”, ma anche di mettersi nelle condizioni di poter gestire una eventuale escalation della crisi siriana. Una prospettiva tutt’altro che remota, di fronte alla quale le posizioni intermedie, come quella di Salvini, rischiano di rimanere schiacciate fra ragion di Stato e tutela degli equilibri internazionali.

I prossimi giorni saranno decisivi e non è difficile prevedere un sensibile aumento della pressione sui leader politici, oltre che sulle figure istituzionali. Avere la nazione chiave senza un governo "legittimato a operare" potrebbe essere un problema, in effetti. Gentiloni ieri sera si è limitato a ribadire l’ovvio, ovvero la “non partecipazione attiva dell’Italia ad azione militari”, ma con il “supporto logistico alle attività delle forze alleate, contribuendo a garantirne la sicurezza e la protezione”. Per quanto sia stimato a livello internazionale, è chiaro a tutti che il premier in carica per gli affari correnti più di questo non può fare.

E dunque? Allora il tentativo di soluzione del rebus potrebbe subire una accelerazione improvvisa. La prima carta sarà quella istituzionale, con il pre-incarico a Casellati, col via libera leghista arrivato da Giorgetti, secondo cui in questo modo si “potrebbero smuovere le acque”. Opzione che, in condizioni normali, non avrebbe alcuna possibilità di andare in porto, data l’indisponibilità di Pd e M5s. Tra 7, 10 o 20 giorni saremo ancora in condizioni normali? Nessuno può esserne sicuro, neanche al Nazareno. Martina ha ribadito la volontà di stare all'opposizione, ma di fronte al mutamento dello scenario internazionale l'immobilismo di matrice renziana potrebbe essere sostituito dal "senso di responsabilità", cui Mattarella ha fatto, sta facendo e farà appello.

L'unica cosa certa è che il Presidente della Repubblica non ha intenzione di riportare il Paese alle urne a breve. Casellati, ci confermano diverse fonti, è invotabile, ma come vi raccontavamo, ci sono diversi modi per far nascere un governo “di compromesso”. Il primo problema è che toccherebbe al PD cambiare posizione e la linea renziana sembra ancora salda, nonostante i tantissimi mal di pancia. Il secondo è che Salvini non sembra disposto a mettere la faccia sulla riedizione delle larghe intese. Il terzo è che "regalare" al M5s il ruolo di unica opposizione significherebbe prepararsi a una Caporetto elettorale.

Fallito il preincarico si aprirebbe la strada a una soluzione politica della crisi. Salvini ha fatto già un passo indietro dal punto di vista personale, parlando di “nome indicato dalla Lega”, che è sembrata un’apertura alla soluzione Giorgetti. I Cinque Stelle hanno cominciato la verifica sulla compatibilità dei diversi programmi politici. L'esuberanza di Berlusconi ha infastidito tutti, anche Meloni, che si è sempre caricata sulle spalle il peso delle mediazioni. Scaricarlo, come chiede Di Maio, non è più opzione da scartare, specie con la consapevolezza che le giunte in Lombardia, Veneto e Liguria rischiano poco. In questo contesto, l'accelerazione determinata da fattori esterni aiuterà l'asse Salvini – Di Maio, perché li metterà di fronte alla necessità di assumersi le proprie responsabilità, potendo rivendicare con il proprio elettorato "l'urgenza e la non differibilità della scelta". Del resto, la "sinergia" c'è già.