In questi ultimi tempi si sente sempre più spesso parlare di “decolonizzazione dell’arte”, ma che cosa vuol dire? Ebbene, si tratta in realtà di un processo molto più complesso e vecchio di quello che pensiamo. È più o meno a partire dagli anni Sessanta che i paesi del Nord Africa e del Sud America chiedono a gran voce la restituzione delle migliaia di opere d’arte sottratte dagli europei nel corso dei secoli: solo ora se ne torna a parlare però, grazie della proposta del presidente francese Macron che, a ben vedere, arriva con sessant'anni di ritardo.

Il rapporto Savoy-Sarr e la proposta di Macron

Già nel 2017 il presidente francese Macron aveva espresso la volontà di lavorare ad un piano strategico per la restituzione, “definitiva o temporanea”, delle opere d’arte provenienti dalle ex colonie francesi. L’idea si è concretizzata nella prima metà del 2018 con la ricerca dell’esperta d’arte Bénédicte Savoy e dello scrittore senegalese Felwine Sarr, i cui esiti sono stati pubblicati a fine novembre dalla casa editrice Seuil sotto forma di pamphlet. Le oltre duecento pagine scritte da Savoy e Sarr cercano di elaborare, giurisdizione alla mano, una strategia generale per la restituzione dell’immenso patrimonio artistico “coloniale”.

Le domande poste dai due esperti sono molte: dalle politiche di restituzione che siano il più condivise possibile e che tengano conto soprattutto dei contesti e delle storie proprie di ciascuna opera d’arte, ai criteri da adottare per individuare, classificare e reinserire all'interno del circuito d’origine il patrimonio culturale dei paesi colonizzati. Una strategia ampia, generale, che però si scontra con le diverse legislazioni dei paesi europei in materia di patrimonio artistico e che, come è emerso dal dibattito attuale, non è del tutto condivisa.

L’idea di modificare le norme che rendono la maggior parte delle collezioni museali pubbliche inalienabili e intangibili ha riaperto una questione mai chiusa del tutto, e non solo in Francia. Da un lato c’è chi parla, entusiasticamente o meno, di una vera e propria “decolonizzazione culturale”, dall'altro c’è chi ci tiene a sottolineare come tale processo non sia nulla di “nuovo”, ed è in realtà in atto da almeno sessant'anni ma, fino ad ora, è stato completamente ignorato dai paesi europei. Questo perché il “colonialismo”, lungi dall'essere un fenomeno storico concluso, permane ancora nelle nostre legislazioni e nel modo in cui ci si rapporta agli ex territori colonizzati.

Quante opere abbiamo sottratto all'Africa?

Senza prendere in considerazione il caso molto particolare dell’Egitto, e senza poter inserire nella lunga lista di ammanchi le migliaia di opere ancora oggi appartenenti ai privati, il numero di reperti storici e delle opere d’arte provenienti dai soli paesi di nord e centro Africa è impressionante: dalla Nigeria sono circa 4 mila i reperti portati via dagli inglesi agli albori del XX secolo, mentre sono circa 300 le statue prelevate dal Kenya e oggi sparse in una decina di musei americani. Berlino, Copenaghen, Londra e Amsterdam sono piene di tracce del loro passato coloniale: il solo Museo Reale del Belgio conta circa 200 mila manufatti provenienti dall'Africa centrale, mentre il Louvre possiede 100 mila pezzi di archeologia mediorientale e 20 mila solo se si contano le opere d’arte decorativa provenienti dall'Africa centrale. Un numero impressionante racchiuso in poche centinaia di metri quadri, che tutti i musei di Cape Town, Lagos, Luanda e Maputo non raggiungerebbero mai neanche lontanamente.

Una richiesta che dura da sessant'anni

Le richieste di restituzione da parte dei paesi africani, e non solo, risalgono almeno agli anni Sessanta. Sono anni che Etiopia, Benin, Nigeria e Ghana, fra gli altri, chiedono insistentemente di veder tornare nei loro musei le migliaia di opere d’arte che almeno a partire dall'Ottocento hanno intrapreso il lungo viaggio senza ritorno verso l’Europa. Un viaggio che inizia con le prime spedizioni etnologiche degli scienziati inglesi e tedeschi e che prosegue con le spedizioni punitive nei paesi “ribelli” all'autorità colonizzatrice, passando per il mercato nero e per i furti d’arte che, in gran parte dei casi, sono stati successivamente legalizzati sia dai vuoti di giurisdizione in materia sia dall'idea che, in quanto bianchi e civili, i coloni potessero scegliere della storia, della cultura e di conseguenza del futuro dei “selvaggi”.

L’imperialismo insito nella nostra cultura emerge in tutta la sua forza quando si guarda alla storia del mercato di opere d’arte e reperti archeologici fra nord e sud del mondo, anche quando si inizia a parlare di “restituzioni”. Proviamo ad immaginarci senza David di Donatello, senza Colosseo e senza Giudizio Universale: seppure dovessimo riuscirci, nemmeno allora avremmo l’opportunità di comprendere la portata di ciò che in questi giorni si torna a discutere, dopo sessant'anni.