BlackRock

Crescono ancora i finanziamenti accordati dalla Banca centrale europea alle banche italiane: a fine luglio si era arrivati a 283,27 miliardi di euro, rispetto ai 281,44 miliardi di fine giugno, come ha certificato stamane la Banca d’Italia. Un fiume di denaro, se si pensa che nel giugno dello scorso anno, prima dell’esplosione della “febbre da spread”, del rialzo dei rendimenti dei titoli di stato italiani (e spagnoli), classificati dall’Eba (l’European banking authority) come asset “a rischio” e dunque tali da non poter essere completamente conteggiati nel capitale di migliore qualità che una banca detiene a fronte dei prestiti accordati, prima di tutta la crisi esplosa negli ultimi dodici mesi, insomma, gli stessi finanziamenti non superavano i 40 miliardi di euro.

Secondo la Banca d’Italia, tuttavia, questo gli oltre 240 miliardi extra non hanno ancora raggiunto l’economia reale e non sono dunque ancora stati in grado di fare da volano a una ripresa che, anzi, si allontana ogni giorno di più e non solo in Italia (sempre oggi la Banca d’Inghilterra ha ridotto le previsioni sulla crescita del Pil, portandola da +0,8% a zero per il 2012 e da +2,5% a +2% per il 2014). Anzi, dalla fotografia scattata da Via Nazionale le banche italiane stanno ulteriormente stringendo i cordoni della borsa: a fine giugno a fronte di depositi del settore privato in crescita del 2,9% su base annua (in accelerazione rispetto al +1,9% di fine maggio) e di una raccolta obbligazionaria anche più robusta (+ 12,5% annuo, dal +11,4% del mese precedente) la frenata dei prestiti a famiglie e imprese è proseguita (+0,2% la variazione annua dal +0,7% di maggio).

Se i prestiti alle famiglie sono ormai quasi stabili (+0,8% sui dodici mesi, dal +1,3% di maggio), per i prestiti alle imprese la variazione è sempre più negativa (-1,5% dal precedente -0,4%), segno che le banche o concedono nuovi prestiti a un ritmo inferiore a quelli che vengono a scadere e sono rimborsati, ovvero anche che continuano a chiedere “rientri” ai clienti maggiormente esposti. Per molti versi il “credit crunch” non è evitabile, stante l’attuale scenario macroeconomico (ieri l’Istat ha segnalato come in giugno la produzione industriale sia calata dell’1,4% mensile, ossia dell’8,2% su base annua), l’ulteriore crescita del tasso di sofferenze (in aumento a fine giugno del 15,8% annuo rispetto al +15,3% di maggio) e lo squilibrio ancora presente nei bilanci di numerose banche tra raccolta e impieghi a livello assoluto.

Ma se non li hanno prestati a famiglie e imprese, come li hanno impiegati i capitali ricevuti dalla Bce le banche italiane? Anzitutto per ritirare precedenti emissioni obbligazionarie su cui venivano pagati interessi più elevati e sostituirle ove possibile con nuovi titoli meno onerosi, poi per sottoscrivere nuovi titoli di stato così da lucrare la differenza tra il tasso di interesse pagato sui prestiti erogati da Eurotower (l’1% fisso annuo) e i rendimenti dei titoli obbligazionari (stasera un Btp italiano a 2 anni rende poco meno del 3,2%, il decennale sfiora il 5,90%). C’è però un problema: più cresce la percentuale di possesso di titoli di stato da parte delle banche italiane (arrivati a fine giugno ad un controvalore totale di 316,106 miliardi dai 302,53 di fine maggio) più le banche stesse sono percepite come “a rischio” nel caso di eventuali nuovi downgrade del rating sovrano italiano da parte delle grandi agenzie di rating internazionali.

Le agenzie fanno il loro mestiere, incuranti di chi le vorrebbe additare tra gli “speculatori” che manovrano dietro le quinte per pilotare una sorta di golpe finanziario in chiave europea, col quale consegnare in mano straniera anche gli ultimi “campioni nazionali” dell’economia tricolore. La teoria è bislacca anche se trova una vasta audience pronta a dargli credito per scarsa conoscenza dell’argomento o interessi di bottega, ma tant’è: mentre genera una certa irritazione sentirsi dire le cose come stanno, ad esempio che col precedente premier ancora in carica la situazione sarebbe decisamente peggiore di quella, già non brillante, in cui opera l’attuale esecutivo “tecnico” (che i vecchi marpioni della politica italiana sperano in cuor loro possa fare il lavoro “sporco” di rimettere ordine nei conti pubblici italiani, per poi essere accompagnato alla porta lasciando spazio a una nuova stagione di “espansione”, magari nuovamente a debito, da spartirsi tra le clientele di quegli stessi partiti che negli ultimi decenni hanno ridotto il paese nelle condizioni attuali), scaricare al colpa sugli altri è sempre una strategia che incontra il consenso popolare.

Intendiamoci: l’Italia è con le pezze sul sedere da anni a causa dell’incapacità della sua classe dirigente, privata e pubblica, di ammodernare il paese sia dal punto di vista infrastrutturale sia culturale e pertanto economico, sociale e politico. Ma questa è appunto una conseguenza dell’incompetenza di cui sopra e non la causa. Così come non è colpa dei grandi gestori internazionali se il listino di Milano ormai capitalizza una manciata di miliardi di euro, per di più quasi totalmente rappresentati da un pugno di aziende quotate. In compenso la situazione ai grandi investitori può fare oggettivamente piacere: con una “nocciolina”da un paio di milioni di euro, ad esempio, un colosso del risparmio gestito mondiale come l’americana BlackRock (che a fine giugno amministrava qualcosa come 3.560 miliardi di dollari di patrimoni) è riuscita a comprarsi circa il 5% di Unipol lo scorso 30 luglio, operando al di fuori dell’aumento di capitale in corso.

BlackRock ha ereditato gran parte del suo “portafoglio Italia” a seguito dell’acquisizione di Barclays Global Investors nel 2009 e da allora in verità non ha avuto grandi soddisfazioni dai suoi investimenti, il cui controvalore si è ridotto da circa 8,9 a 5,7 miliardi di euro (di cui 1,75 miliardi, quasi un terzo del totale, rappresentato dal 2,681% detenuto nel capitale di Eni). E’ però stato in grado con relativamente poco sforzo (meno dello 0,2% dei suoi asset totali) di mettere un “piedino” in alcuni dei più bei nomi dell’industria italiana, da Fiat e Fiat Industrial (di cui possiede il 2,83% e il 2,06% rispettivamente) a Pirelli & C. (2%), da Atlantia a Mediaset (2% di entrambe), da Enel (2,74%) a Finmeccanica (2,24%), fino a  Prysmian (4,745%), Saipem (2,185%), Telecom Italia (2,893%) e Terna (2,191%), senza dimenticare una nutrita pattuglia di gruppi finanziari come Banco Popolare (3,53%), Generali (2,82%), Intesa Sanpaolo (3,179%) e Ubi Banca (2,854%),cui si dovrebbero sommare quote di poco inferiori al 2% in Mediobanca, Bpm e, fino a qualche tempo fa, Fondiaria-Sai.

Che ci dicono questi numeri? Che Mario Draghi sta “comprando” del tempo per conto delle banche italiane, che queste lo stanno utilizzando per dare una mano al Tesoro e nel contempo per portare avanti nuove ristrutturazioni (per il settore si stimano ulteriori esuberi attorno a 15 mila unità), che le imprese tricolori sono sempre più “povere” e “piccole” rispetto sia ai concorrenti diretti sia ai grandi colossi finanziari mondiali che potrebbero mangiarsele in un boccone più volte, se solo ne avessero voglia. In verità molta voglia non sembrano averne per ora, almeno finché lo scenario economico mondiale resterà incerto, ma non è detto che tra qualche mese il dilemma tra crescita e controllo non torni a far parlare di sé a Piazza Affari e nei palazzi della politica. Speriamo solo che a pagare il conto non siano come sempre i soliti contribuenti italiani.