Hanno scelto di “chiamarla maternità surrogata”, perché hanno fatto tesoro della lezione di Orwell. In “1984” Orwell spiega che il potere ricorre a una neolingua coniata ad hoc per mantenere i sudditi in una condizione di cattività simbolica oltre che reale: di modo che amino le loro catene, perché non in grado di percepirle come tali, e siano sempre pronti a combattere contro ogni eventuale liberatore. La neolingua serve appunto a questo: a far sì che gli schiavi non possano pervenire alla consapevolezza della loro schiavitù e lavivano con gioia e con entusiasmo, lobotomizzati dal potere e dalle sue pratiche manipolatorie.

Ecco spiegato il sintagma neo-orwelliano con cui si è scelto di chiamare “maternità surrogata” l’oscena pratica dell’utero in affitto, con cui una donna, dietro compenso, mette a disposizione – affitta!– il proprio utero a chi non può o non vuole avere figli con il proprio. È il tema al centro del nuovo libro di Enrica Perucchietti, “Utero in affitto” (Revoluzione, Torino 2016). Un libro da leggere e da meditare.

Diceva Gramsci che il gesto rivoluzionario per eccellenza è chiamare le cose con il loro nome. E allora proviamoci, anche a costo di andare contro la corrente del pensiero unico politicamente corretto che, gestito univocamente dal potere, stabilisce che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, che cosa si può e che cosa non si può dire. Il pensiero unico è, appunto, la sovrastruttura ideologica che glorifica il rapporto di forza dominante e tutte le pratiche che rinsaldano il potere stesso. Diciamolo, allora, apertamente.

L'utero in affitto è una pratica criminale, esecrabile e orribile. E lo è perché usa le donne povere come merce disponibile, come materiale umano da cui ricavare plusvalore. Contravviene pienamente l’imperativo categorico di Kant, che prescrive di trattare l’altro sempre anche come un fine, mai solo come un mezzo. L’utero in affitto è, poi, da considerarsi senza riserve una pratica oscena e criminale perché considera i bambini come oggetti-merce, come articoli di commercio, come prodotti on demand che dipendono solo dal capriccio dell’individuo portatore di volontà di potenza consumistica.

Il bambino passa in secondo piano: in primo piano sta l’egoistica volontà di potenza sovrana dell’individuo consumatore, che tutto può, a patto che disponga dell’equivalente monetario corrispettivo. Può tutto, anche comprare un bambino: il listino prezzi – controllare per credere – varia incredibilmente da paese a paese.

L’utero in affitto è un gesto volgarmente classista: è il gesto che permette ai ricchi di comprare bambini ai danni dei poveri, anzi delle povere donne costrette, per arrivare a fine mese, a mettere in affitto il loro grembo. È il trionfo del classismo planetario coessenziale alla logica di sviluppo capitalistica del fanatismo dell’economia.

Chiariamolo senza tema di smentita: non vi è nulla di emancipativo nella pratica criminale dell’utero in affitto, che segna il trionfo del capitale sulla vita umana, dell'economia sulla dignità, del plusvalore sul diritto alla vita.

È una battaglia di civiltà, ancora una volta: occorre opporsi senza se e senza ma a questa ennesima pratica oscena scaturente dal classismo e dalla reificazione, ossia dalle patologie che sono cooriginarie rispetto al capitalismo. Chi accetta, pratica o difende l’utero in affitto – è bene che lo sappia – sta difendendo un crimine ai danni dell’umanità ridotta a merce in vendita.