“L’hanno chiamata Carta del Coraggio, ma non è coraggio seguire le mode del momento. Coraggio è riaffermare la bellezza di una proposta educativa che si fonda sul Magistero della Chiesa.” Quella di Edo Patriarca è una delle voci più rispettate del mondo scout italiano e, in generale, del terzo settore cattolico. E’ stato presidente dell’Agesci a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore ed attualmente è deputato del Partito Democratico.

L’apertura degli scout cattolici, ratificata dall'Agesci negli scorsi giorni, nei confronti di matrimoni gay e la proposta di dare la possibilità ad omosessuali, divorziati e conviventi di svolgere il ruolo di capo l’hanno sorpresa?

Sicuramente la presa di posizione dei nostri ragazzi, divergente rispetto al Magistero, ci deve interrogare. Dobbiamo riconoscere che, ormai, nei gruppi scout, i temi dell’educazione affettiva e dell’educazione al sacramento del matrimonio vengono lasciati al caso o non proposti affatto. Io non condanno i ragazzi, mi interrogo su cosa stia accadendo nell’associazione.”

Secondo lei l’associazione si sta staccando dalla dottrina della Chiesa, pur avendo la scelta cristiana come fondamento del Patto Associativo?

L’Agesci deve raccogliere la sfida proveniente dalla Route Nazionale di San Rossore ed affrontare questi temi con maggiore profondità: non posso immaginare un’Agesci che abdica al suo ruolo educativo. I ragazzi possono anche seguire le posizioni della maggioranza che emergono dai social network, quello che conta, però, è che l’associazione ribadisca le posizioni scritte nel Magistero e nella Costituzione della Repubblica: la famiglia è quella composta da un uomo ed una donna che si sposano davanti ad un ministro di Dio o ad un rappresentante dello Stato.

Dunque lei dice che l’Agesci ha ratificato la Carta del Coraggio ma oggi si dimostra poco coraggiosa?

Certo. Bisogna spiegare ai ragazzi che il coraggio sta nel dire dei “sì” definitivi, non dei “sì forse, sì domani cambierò”. Che il matrimonio è bello, che i coniugi sono artefici dell’alleanza con il Signore, che stringono con lui un patto di fedeltà che vale per sempre. Oggi invece alcuni credono che parlando di legalità, di cittadinanza, mandando i ragazzi a partecipare alla marcia Perugia – Assisi, il compito di un capo sia concluso. I temi dell’educazione all’amore e agli affetti sono fondamentali e vengono trattati come se fossero di scarsa rilevanza. Anzi: se cominci a parlarne fai la figura del coglione. Siamo chiari: il mio non è un discorso integralista, ma è necessario rimarcare che ormai sui temi della famiglia l’Agesci non sta ponendo in maniera corretta la propria proposta educativa.

Chi dice che bisogna cambiare rotta, però, si rifà all’insegnamento di papa Francesco e ad una parola chiave, “misericordia”…

Ma il Magistero non è cambiato, è sempre quello di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, con cui Francesco si pone in continuità. Va bene la misericordia, ma noi dobbiamo riaffermare che la nostra proposta è giusta e buona e che i sacramenti sono sette e vanno rispettati tutti. Se i nostri ragazzi sono confusi, tocca ai capi spiegargli cosa è giusto e cosa no.

Già oggi, però, in molti casi omosessuali, divorziati e conviventi sono capi scout. A loro è stato detto, in passato, che potevano continuare ad educare i giovani senza, però, “avere comportamenti eccessivi”. Non giudica ipocrita questa posizione?

Di sicuro un capo deve dimostrare, con il proprio esempio, di essere coerente. Certo, a volte ci sono situazioni oggettivamente difficili: se un uomo ha visto fallire non per colpa sua il proprio matrimonio, non va escluso dalla comunità, ma va aiutato ed il suo caso va trattato con attenzione. Altra cosa, però, è rivendicare con forza un diritto che non c’è. Quando ero presidente nazionale scoppiò il caso di un capo donna che dichiarò pubblicamente ai giornali di essere lesbica. Fui costretto a dirle di farsi da parte, non perché fosse cattiva ma perché non poteva svolgere nell’associazione la sua delicata funzione di educatrice dando esempio di valori cristiani. Rispettavo la sua scelta, ma noi avevamo ed abbiamo il dovere di spiegare ai ragazzi che i rapporti affettivi per essere veri devono essere fondati sull’amore tra uomo ed una donna. Certo, con misericordia rispettiamo le storie di sofferenza delle persone, ma non possiamo mettere da parte il Patto Associativo dell’Agesci, che va, invece, portato ai ragazzi con uno stile chiaro.”

Se l’Agesci “spacca” su questi temi il movimento cattolico italiano rischiano di esserci reazioni a catena?

Spero proprio di no. L’Agesci, insieme all’Azione Cattolica, è la più importante associazione che opera per il coinvolgimento giovanile in Italia e non può dimenticare che la Conferenza Episcopale ha posto la sfida educativa come priorità del decennio. Bisogna colmare i buchi, puntando di più sulla formazione dei capi: se non sono di esempio per i ragazzi, se dimostrano di vivere in maniera difforme rispetto ai valori di cui devono essere portatori, la proposta educativa dell’Agesci diventa fragilissima, poco credibile. La proposta degli scout cattolici non può essere annacquata. Certo, la Route Nazionale di San Rossore deve essere presa in modo positivo, come un momento di ascolto. C’è bisogno che l’Agesci faccia una riflessione seria e dica: abbiamo consentito che i ragazzi, senza censura, scrivessero nella Carta del Coraggio quello che pensavano, ma non tutto quello che hanno inserito va bene e per questo dobbiamo impegnarci di più per rilanciare la bellezza di una proposta di vista scout fondata sul Magistero della Chiesa.