La situazione è chiara come poche: "piuttosto che" nel senso di "oppure" è sbagliato, e festa finita. Il problema è che la fine della festa la decreta o il padrone di casa (ma la lingua non ha padrone) oppure la polizia (ma i gendarmi non reprimono fenomeni linguistici): altrimenti finché c'è gente in ballo la festa continua.

Invece di bubare come vicini di casa del piano di sotto, anche se la musica ci pare orribile e sbagliata, la cosa migliore da fare è cercare di capire le sfumature di questo ‘piuttosto che', quali sono i suoi punti deboli e perché non è poi così degno di biasimo come i suoi critici sostengono. In ogni caso, quando mai bacchettare un malvezzo ha portato alla sua fine?

Partiamo dall'uso corretto: "piuttosto che" dovrebbe esprimere una comparazione. Piuttosto che mangiare la tua vellutata o il minestrone, digiuno; preferisco viaggiare in treno piuttosto che in aereo; piuttosto che finire di lavorare stasera, metto la sveglia prima e finisco il lavoro domattina. In altri termini, la proposizione in cui compare il "piuttosto che" esprime una preferenza fra due o più elementi.

Invece il significato di moda del "piuttosto che" (è ancora moda quando avanza da così tanto tempo? Pare siano più di trent'anni) è disgiuntivo. In pratica, è un "o", un "oppure". Si tratta di un uso settentrionale: si può capire quanto una persona frequenta Milano dalla frequenza dei "piuttosto che " disgiuntivi che pronuncia. Possiamo andare a mangiare in pizzeria, piuttosto che al messicano o al cinese; a quest'abito posso abbinare delle scarpe nere, piuttosto che beige, piuttosto che verdi; in vacanza possiamo andare al mare piuttosto che in montagna.

Primo difetto del "piuttosto che" disgiuntivo: può far fare confusione. Davanti alla frase "Possiamo andare al mare piuttosto che in montagna", intendiamo che possiamo andare al mare invece che in montagna, oppure che possiamo andare al mare o in montagna? Bel problema, perché il significato cambia in maniera radicale: preferisco o no? Ma è un problema eventuale dello scritto, perché invece nel parlato l'intonazione chiarisce immediatamente se stiamo esprimendo una preferenza o solo elencando delle possibilità.

Secondo difetto: grammaticalmente è scorretto. "Piuttosto" non è mai stato usato così, e questo "piuttosto che" non è un costrutto che possa contare su un solido retroterra normativo ed etimologico. Ma questo difetto non è così rilevante: nella lingua non esiste un sovrano, le norme sono accettate e sanzionate dalla sola consuetudine, che può stabilire tutto e il contrario di tutto. E mentre l'uso di un congiuntivo sbagliato viene subito ripreso e condannato, ampia parte della consuetudine più dotta accetta il "piuttosto che" disgiuntivo. Anzi, lo ritiene perfino ricercato e fine. In altri termini: non è più una questione di violazione di una norma grammaticale, ma di mero stile.

Inoltre la critica al "piuttosto che" disgiuntivo parte da un presupposto scivoloso: che le congiunzioni disgiuntive, in italiano, siano (e debbano essere) una realtà limpida e coerente. Non lo sono.
Prendiamo ‘ovvero'. Il suo significato più consueto è quello di ‘cioè', ‘vale a dire': mi dolgono i glutei, ovvero il sedere; giochiamo a pinnacola, ovvero un gioco di carte; non eri a casa, ovvero mi hai mentito. Ma ‘ovvero' può essere anche proprio una congiunzione disgiuntiva, e significare quindi ‘o', ‘oppure': chi non si presenta ovvero arriva in ritardo sarà escluso dal concorso, nel menu è compreso un primo ovvero un secondo, devo decidere se chiamare una band ovvero un dj. Nel gergo giuridico di solito ‘ovvero' è disgiuntivo, ma non sempre: figuriamoci, è capitato che si dovesse scomodare la Corte di Cassazione (Cassazione penale, Sezione III, 21 gennaio 2000, n. 4957), per stabilire se in una certa norma (decreto legislativo 22/1997, art. 10, co. 1) ‘ovvero' significasse ‘cioè' od ‘oppure'. Ma non sono molte le persone che storcono il naso davanti a ‘ovvero'.

Se poi cerchiamo di guardare con l'occhio giusto, possiamo anche vedere come il ‘piuttosto', come disgiuntivo, non stoni del tutto. La preferenza (voglio un tè, piuttosto che un caffè) passa attraverso la comparazione fra elementi: se ne preferisce uno o l'altro. E siamo già a disgiungere: o, o. Perché i significati, nel nostro cervello, non sono separati in cassetti diversi, grammaticalmente ordinati e a tenuta stagna. Stanno tutti ammucchiati insieme, in un ordine un po' estroso. E possono avere dei vicini inattesi.

"Piuttosto che", usato in quella maniera, a me personalmente fa ribrezzo, e se siamo in confidenza e te lo sento usare te lo dico: è un'espressione che può fare ribrezzo, evitala. Ma posso opporvi solo un gusto, niente di più. E se è vero che questa espressione può ingenerare confusione (vado al mare piuttosto che in montagna: oppure o invece che?), è sufficiente usarla sincerandosi di non essere ambigui. Raccomandazione che deve peraltro guidare anche l'uso di ‘ovvero'.

Perché l'alterazione in sé non è barbarie. Spesso ci sfugge che i dizionari e gli usi grammaticali sono il risultato della sedimentazione di centinaia di migliaia di meticciamenti, errori di trascrizione, di pronuncia, approssimazioni, travisamenti, strette nelle spalle, estri. Qualcuno vorrebbe che la lingua fosse un deserto di ghiaccio cristallino, piano, immoto, spazzato da un vento sempre uguale, in cui si aggirano in silenzio i severi traslucidi fantasmi di Dante e Petrarca. Invece è uno stagno fangoso e gorgogliante pieno di fiori, canne, zanzare e di rane dalla bocca larga, che siamo noi.