In Egitto, nel giorno del secondo anniversario della rivoluzione, in piazza Tahrir sono state violentate decine di donne egiziane e straniere. Violentate da gruppi di uomini, sotto gli occhi della folla giunta a manifestare. Il terribile racconto di una di queste donne, una ragazza italiana residente al Cairo, sposata con un egiziano.

Troppo spesso dall’Egitto la cronaca riporta casi di donne, cittadine egiziane e non, che subiscono violenza sessuale. Donne a cui non viene garantita protezione, donne costrette a subire gli abusi più terribili, spesso sotto gli occhi di spettatori indifferenti. In occasione del secondo anniversario della rivoluzione sono stati oltre venti i casi riportati di abusi in un solo luogo, quello “simbolo” delle manifestazioni, piazza Tahrir al Cairo. Molte di queste donne hanno avuto poi bisogno di ricoveri ospedalieri, una ragazza adolescente è stata violentata con un coltello e i suoi genitali sono stati tagliati. È stata stuprata anche una donna di 60 anni che portava il niqab, un caso che in qualche modo smentisce quanti danno la “colpa” di ciò che avviene agli stessi atteggiamenti delle donne e ai vestiti indossati. E tra queste donne che hanno vissuto un incubo lo scorso 25 gennaio c’è anche una ragazza italiana che vive al Cairo dove ha sposato un egiziano.

La sconvolgente testimonianza di una vittima di violenza – Il suo racconto, drammatico, è stato riportato da La Stampa. Il 25 gennaio scorso questa donna è andata, come tante altre donne, a manifestare in piazza Tahrir. Era accompagnata da suo marito e da un’amica, due persone che non hanno potuto fare nulla per lei. La vittima parla di sensazioni negative provate ancora prima di mettere piede in piazza Tahrir: “Sentivo un’aria pesante e densa…la vibrazione era molto bassa e opprimente, è come se la mia anima mi stesse avvertendo poiché continuavo a sentire pesantezza nel procedere via via che ci addentravamo sulla piazza”. Per non perdersi, tra la folla di egiziani, la donna stringeva forte la mano del marito e quella della sua amica. E il loro incubo è iniziato quando hanno sentito delle urla di una ragazza, una donna circondata da un gruppo di uomini.

Avevo già letto di episodi di violenza sessuale in piazza Tahrir ma non potevo concepire come essi potessero avvenire in mezzo a migliaia di persone… solo dopo pochi minuti il mistero si sarebbe svelato su di me. Dopo meno di un minuto dalle urla sentite in precedenza ho sentito una mano sul mio posteriore e avendo già avuto l’esperienza di essere stata toccata durante la guerriglia del 23 Novembre 2011 in Mohammed Mahmoud, ho reagito tempestivamente spingendo il ragazzo che mi aveva toccata.

Ma era già tardi per provare a liberarsi, la donna, suo marito e la sua amica erano circondati. Più di 50 persone in un istante hanno provato a dividerli, lei racconta di aver sentito subito mani sul suo corpo, racconta di quegli uomini che la trascinavano nella direzione opposta alla sua amica.

La piazza si è fatta improvvisamente più buia senza ragione, le luci sono state spente, gli uomini attorno a noi ci schiacciavano pesantemente con i loro corpi da tutti i lati togliendoci il respiro e simultaneamente iniziavano a strapparmi i vestiti di dosso. Avevo dei jeans degli stivali e due maglioni, ricordo il rumore dei jeans squarciati mentre cercavo di trattenerli sul mio corpo… le mani erano centinaia ed era tutto inutile, in un tempo brevissimo mi sono trovata con i pantaloni alle ginocchia e i maglioni alzati sino al collo, ero quasi completamente nuda mentre decine o centinaia di mani continuavano violentemente a toccare ogni centimetro del mio corpo. […]

Lei veniva violentata, suo marito picchiato nel vano tentativo di difenderla. Credeva di morire, mentre veniva torturata racconta di aver costeggiato un carretto del cous cous ma l’uomo “si è solamente limitato a urlare di andare a far casino da un’altra parte”. A un certo punto lei cade a terra, può colpire uno di quegli uomini ma capisce che se l’avesse fatto la violenza su di lei si sarebbe moltiplicata. Sente che stava per perdere i sensi, ma continua a farsi forza per non morire. Nel suo racconto la vittima spiega di non sapere quanto è durato il suo incubo perché la percezione del tempo all’interno del cerchio è distorta, e ogni istante sembra un anno. A un certo punto qualcuno l’ha trascinata in un portone, ha pensato che gli aggressori avrebbero completato lì la violenza. Ma in realtà in quel portone è finalmente finito il suo incubo.

Mi sono ritrovata in piedi dentro al portone, una folla inferocita grugniva e cercava di entrare, le persone dentro al portone hanno iniziato a riporre su di me i miei vestiti coprendomi… solo allora ho capito di essere stata salvata. Appena rivestita mi sono voltata e alle mie spalle verso l’ingresso le bestie erano ancora lì che si aggrappavano al cancello spingendo per entrare. Tra loro mio marito che urlava di farlo entrare, diceva che ero sua moglie, finché non è stato trascinato all’interno.

Un racconto terribile ma forse utile – è questa la speranza della vittima di piazza Tahrir – per contribuire a una sensibilizzazione finalizzata al supporto reciproco “affinché tutte le violenze che stanno affogando il nostro pianeta e il genere umano possano essere debellate dal nostro sistema e il diritto di ogni essere umano a non essere la vittima di nessuno venga davvero salvaguardato”.