Nei tanti anni di servizio come collaboratrice domestica nella case borghesi di Roma, Maria Teresa Viti si era ritrovata spesso ad aspettare lungamente davanti a una porta chiusa che i padroni di casa le aprissero. Alcuni dimenticavano del suo arrivo, altri dormivano fino a tardi, altri ancora si trattenevano al telefono incuranti delle sue scampanellate. La mattina dell’11 settembre 1958, giovedì, alle 8 e 30 del mattino, era nella medesima situazione. Stavolta, però, c’era qualcosa di strano, dall'esterno sentiva squillare a vuoto il telefono e la signora, che usciva raramente, non poteva non essere in casa. Preoccupata, Maria Teresa Viti decise di chiedere aiuto al portiere e poco dopo una piccola assise condominiale, riunita sul pianerottolo decise che il signor Marcello Chimenti, un inquilino del palazzo appassionato di speleologia, si calasse dal balcone del piano superiore per entrare. Così fece e quando ebbe aver rotto i vetri della finestra e fu finalmente dentro, si precipitò ad aprire la porta ai condomini con il volto pallido come un lenzuolo. Due ore dopo 11 i flash delle macchine fotografiche della polizia abbagliavano la cucina. Sul pavimento della stanza giaceva il corpo senza vita di Maria Fenaroli, nata Martirano, 49 anni, strangolata.

Scheletri nell'armadio

L’eco del delitto di Via Monaci si sentì in tutta Italia. Gli occhi dell’opinione pubblica, che la lunga astinenza dalla cronaca nera imposta dal fascismo aveva reso avida di storie tragiche, erano puntati sul marito, Giovanni Fenaroli, 50 anni. Il matrimonio con Maria Martirano, secondo le testimonianze, era un’unione di facciata. Fenaroli, infatti, era stato legato per anni a una donna di nome Amalia Inzolia, alla quale aveva affittato un appartamento a Milano dove la donna abitava con la sua bambina. Alla morte di lei, il geometra aveva adottato caritatevolmente la figlioletta Donatella di nove anni, lasciando, per salvare la forma, che abitasse presso la casa dello zio Carlo Inzolia, suo amico. Una situazione placidamente tollerata dalla signora Fenaroli che dal canto suo aveva un ingombrante scheletro nell'armadio. Prima di sposare l'imprenditore, Maria Martirano – come la Filumena Marturano dell'omonima commedia eduardiana – era stata una prostituta in diverse case di piacere e proprio in una di queste aveva incontrato il suo futuro marito. È sua sorella Anna a raccontarne il terribile passato, all'indomani dei fatti, aggiungendo che spesso suo marito le rinfacciava tale passato. "Hai dimenticato dove ti ho trovata?". Se tale era lo scenario, quello di una coppia di separati in casa, perché dunque, il marito avrebbe dovuto ucciderla?

Il movente

Geometra titolare della ‘Fenaroli impresa', azienda edile con un ufficio a Roma e la sede centrale, dove Fenaroli trascorreva la maggior parte del tempo, a Milano, era sull’orlo del fallimento. Di recente Fenaroli aveva falsificato la firma della moglie su una polizza assicurativa in suo favore – per la cifra di 150 milioni – a cui era sta aggiunta una recente clausola per i casi di morte violenta e rapina. ‘La firma l’ho messa io, per semplice comodità: mia moglie era a Roma io a Milano, me lo ha chiesto lei’, si difende Fenaroli. In effetti da casa Fenaroli mancavano alcuni contanti e i gioielli, ma l'imprenditore aveva un alibi di ferro, si trovava nel suo ufficio all’ombra della Madonnina quando la consorte veniva strangolata. Reana Trentin, vicina, peraltro, racconta di aver visto la signora aprire la porta a un uomo con un completo blu, intorno alle 23 di mercoledì, la sera del delitto.

Il testimone chiave

A fornire una pista sull'uomo in blu sarà uno dei collaboratori più stretti di Fenaroli, il ragioniere Egidio Scacchi, con il quale il geometra si trovava in ufficio a Milano all’ora dell'assassinio. Scacchi racconta di aver sentito il suo capo telefonare alla moglie per annunciarle l’arrivo di Roul, un uomo di fiducia che avrebbe dovuto prendere alcuni documenti che a casa, a Roma. Ecco spiegato perché la solitaria signora Fenaroli aveva aperto alla porta all’uomo in blu, anche lui presto identificato. A dare un cognome a Roul è Donatella, la figlioletta di Amalia Inzolia, che afferma di conoscere tale Roul Ghiani, un amico di famiglia, di professione elettrotecnico. Un giovane con un lavoro a basso salario e il gusto della bella vita, secondo le cronache, la cui faccia viene sbattuta sui giornali di mezza Italia all’indomani della rivelazione.

Il delitto perfetto, ma non è Hitchcock

Il teorema è semplice: un marito ingaggia un giovane affamato di soldi facili per uccidere la moglie, inscenando una rapina. Una trama che ricalca quella del film ‘Delitto perfetto’ di Hitchcock, uscito nelle sale solo quattro anni prima, ma Roma non è Hollywood  e quando inizia il processo, il 6 febbraio 1961, il castello accusatorio vacilla. Secondo l'accusa Ghiani, che fino alle 18 e 30 era sul posto di lavoro, avrebbe raggiunto Roma in aereo, avrebbe ucciso la signora e sarebbe tornato in treno a Milano giusto in tempo per andare nuovamente al lavoro. Nella lista passeggeri del volo, peraltro, c’è un ospite mai identificato di cognome ‘Rossi'. Eppure, gli avvocati della difesa dimostrano che solo viaggiando senza traffico e con le sirene della polizia spiegate sarebbe stato possibile percorrere il tragitto da via Monaci all’aeroporto in tempo per il volo. E il ritrovamento di parte della refurtiva, avvenuto un anno dopo i fatti (e svariate perquisizioni), su segnalazione di un collega alla Vembi, l'azienda dove Ghiani lavorava, in un barattolo senza impronte è un altro elemento sospetto. Dubbia anche l'identificazione della testimone Reana Trentin, che aveva visto la faccia di Roul sui giornali per molti giorni prima del confronto all’americana, dove lo aveva identificato. Punto per punto gli avvocati smontano tutte le prove, eccetto quella che riguarda la presenza sul volo. Alla fine del processo, nel 1966, il tecnico milanese viene condannato insieme al presunto mandante, Giovanni Fenaroli.

Lo scandalo tangenti e la pista dei Servizi

Affetto da un terribile male, nel 1975 il geometra muore in carcere, mentre il suo caso, invece, riprende vita. Successive indagini portano alla luce una realtà dei fatti molto diversa da quella che i duri metodi polizieschi degli anni Sessanta avevano tratteggiato. Fenaroli non era il geometra fallito e indebitato che descrivevano i giornali, ma un imprenditore con le mani in pasta nel primo sistema tangenti della Milano da bere, il giro dell'Italcasse. Il più importante istituto di credito gestito dalla Democrazia Cristiana elargiva finanziamenti (veri e propri fondi neri) alle imprese fallimentari della cricca di imprenditori amici dei potenti. Uno scenario raccontato da un libro rivelazione Non aprite agli assassini, scritto nel 1994, dall'allora vicedirettore de l'Espresso, Antonio Padellaro, sulla scorta delle indagini del Enrico De Grossi, colonnello in pensione del Sifar. Secondo la versione dell'ex agente, Fenaroli si sarebbe impossessato di un tabulato che provava le tangenti pagate dall'Eni all'allora Capo dello Stato, Giovanni Gronchi.

Il ricatto

In questo scenario, Fenaroli avrebbe preteso denaro in cambio del silenzio e della restituzione del documento: 500 milioni di lire. Maria Martirano, complice del marito, avrebbe spinto per avere di più e per questo sarebbe stata messa a tacere per sempre da due uomini dei servizi segreti. Acquista un senso, in questo contesto, la testimonianza fornita la sera del delitto da un meccanico, che aveva visto due signori scendere da una 1100 (auto in uso al Sifar) ed entrare nel palazzo di via Monaci. Clamorosa è anche l'identificazione – postuma – di quel tale passeggero di nome ‘Rossi' che si voleva essere Ghiani: Wolfang Rossi, ingegnere in affari con Fenaroli non si presentò alla polizia perché morto 22 giorni dopo il delitto in uno strano incidente d’auto sull'Appia.

L'epilogo

Nel 1984 Roul Ghiani ha ottenuto la grazia dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Si è sempre proclamato vittima di un eclatante errore giudiziario: "La verità? Non la sapremmo mai – ha detto in un'intervista al Corriere della Sera – Però c'è un punto chiave della vicenda, sul quale bisogna lavorare: i 500 milioni della Italcasse. In carcere alcuni detenuti mi raccontarono di aver incontrato Fenaroli,  e di avergli sentito dire: ‘Non andiamo a toccare l'Italcasse perché non voglio morire'".