Uomini e donne divisi. Denudati, lavati con un secchio di acqua. Ammassati in migliaia in una stanza buia, senza la possibilità di lavarsi, di andare in bagno. Ricattati, picchiati, torturati, denutriti, vivono per settimane o mesi seduti sulle proprie feci. Per poi essere liberati in caso pervenga un riscatto. Per poi morire: uccisi dalla malattia, dalla fame, dalle pallottole.

Descrivono così, i ragazzi sopravvissuti, i centri di detenzione presenti in Libia, dove i migranti provenienti dal centro del continente africano vengono trattenuti per giorni o mesi dalle milizie, dalle autorità, dai trafficanti.

I ragazzi ci portano diretta testimonianza delle violenze e dei soprusi che hanno subìto in Libia. In quello stesso Paese con cui il ministro degli Interni italiano Marco Minniti ha fatto accordi per regolarizzare i flussi migratori verso l’Europa. La stessa Libia che – secondo alcune inchieste – avrebbe ricevuto dal Governo italiano dai 5 ai 10 milioni di euro per impedire la partenza dei migranti.

Emmanuel King ha 16 anni, viene dalla Nigeria, e sul corpo ha ancora i segni delle torture libiche. Cicatrici evidenti, ma  forse meno dolorose di quelle impresse nella memoria. Di quelle che gli impediscono il sonno e il sorriso.  “Io non potrò mai dimenticare – dice scuotendo la testa – Se avessi saputo che la Libia era così, non sarei mai partito”.

“In Nigeria non stavo bene – racconta Emmanuel –  ho quattro sorelle, un fratello: i miei genitori sono molto poveri. Non avevamo soldi per mangiare tutti i giorni e così ho deciso di partire. La mia famiglia è riuscita a recuperare il denaro sufficiente per farmi attraversare il deserto: in Libia avrei lavorato per pagarmi il viaggio in Italia. Ma quando sono arrivato a destinazione ho capito che, per i neri, non c’era lavoro. Per i neri, non c’era vita. Non possiamo nemmeno camminare per strada, in Libia: tutti hanno una pistola, anche i bambini, e se ti vedono ti arrestano, o ti ammazzano”.

La prigione è peggio della morte – continua Emmanuel, che è stato incarcerato per ben due volte – Appena arrivato in Libia sono stato rinchiuso in un campo a Sebha. Eravamo in mille in uno stanzone, seduti uno attaccato all’altro. Non potevamo fare la doccia, e ci era permesso di alzarci solo per andare in bagno. Avevamo a disposizione un panino al giorno, minuscolo. Io lo mangiavo a briciole, durante la giornata. La fame non mi lasciava tregua. Per liberarmi, i carcerieri volevano 1200 euro. Così ho dovuto chiamare la mia famiglia, che in tre mesi è riuscita a recuperare il denaro grazie al quale sono potuto uscire da quell’inferno”.

“Sono riuscito a spostarmi a Tripoli – racconta Emmuanuel – dovevo trovare il modo per guadagnare abbastanza soldi per imbarcami per l’Italia, ma purtroppo sulla costa libica sono stato catturato e arrestato di nuovo. Mi sono trovato in una prigione che era peggio della prima, molto peggio. Eravamo oltre mille persone, richiuse in un buco che dall’esterno nemmeno si notava. Quando siamo arrivati, ci hanno spogliato completamente, ci hanno gettato secchiate di acqua addosso, e ci hanno fatto sedere nudi dentro quel buco. Non c’era nemmeno un bagno, lì: dovevi fare la pipì e la cacca sul posto dove sedevi, dormivi e mangiavi. L’odore di quel posto era terribile. Ma non la cosa peggiore. Ogni tanto qualcuno moriva: due uomini seduti vicino a me hanno continuato a tossire per giorni, finché si sono accasciati. Venivamo inoltre picchiati ogni giorno e a volte i guardiani sparavano. Per una lamentela, una richiesta, una parola di troppo, potevi essere ucciso”.

“Per uscire – continua il ragazzo – chiedevano 1300 euro. Una somma che la mia famiglia non sarebbe mai riuscita a recuperare. Gliela chiesi, dicendo che altrimenti sarei morto, ma mentre aspettavo poco speranzoso decisi di tentare la fuga con altri quattro ragazzi. Volevamo scavare un buco con le mani, ma un militare ci ha scoperti e ha fucilato i quattro ragazzi che erano con me. Io in quel momento ero fermo, nascosto tra altri prigionieri, e grazie a Dio mi sono salvato”.

Chiediamo a Emmanuel se ci fossero soli uomini, in quella prigione. Uomini, donne e bambini vengono divisi – spiega – Anche se una famiglia arriva in Libia unita, poi spesso non si ricongiunge più. Agli uomini e alle donne spetta lo stesso trattamento, ma le donne possono essere vendute come prostitute. Il destino è di lavorare gratis per il padrone a vita. Anche alcuni ragazzi, che non hanno famiglia e quindi nemmeno la possibilità di pagare il riscatto, decidono di vendersi e lavorano gratis per un padrone che in cambio dà loro da mangiare”.

“I bambini sono fortunati, per loro non c’è problema – dice il ragazzo – Vengono vestiti, nutriti, accuditi. Venduti. Quello dei bambini è un grande business in Libia, ma a beneficiarne sono solo i piccolissimi: io ho 16 anni, ormai sono un uomo. Nessuno mi vorrebbe adottare”.

Al dolore delle violenze, alla paura di essere uccisi, si aggiunge la sofferenza per la fame. Che non lascia tregua. “A Tripoli ricevevo un pasto al giorno: un pezzo di pane. Ero diventato magrissimo, scheletrico, come tutti quelli che erano lì. Io ci sono stato tre mesi, in quell’inferno, poi è arrivato il riscatto, e così mi hanno liberato  – conclude il ragazzo – Sono rimasto nascosto finché la famiglia non mi ha inviato altri 1200 euro, necessari per imbarcarmi”.

Ha dovuto farcela da solo, invece, Isaac, 17enne che durante il viaggio dal Ghana all’Italia ha perso tutto: l’unica persona che gli era rimasta al mondo è stata uccisa davanti a lui, in Libia. “Quando mia madre è morta – racconta Isaac – ho scoperto di essere stato adottato e la famiglia di mia madre mi ha ripudiato. Per qualche mese, per mangiare, ho dovuto chiedere l’elemosina. Poi il compagno di mia madre è riuscito a vendere il terreno che possedeva e con tutti i soldi che aveva ha deciso di partire per la Libia, di portarmi con lui. Lì lui avrebbe potuto lavorare e io studiare”.

“Dopo aver attraversato il deserto su pick up stracolmi, dai quali ogni tanto qualcuno cadeva per essere lasciato a marcire sulla sabbia, abbiamo varcato il confine libico – racconta Isaac – Il militare ci ha fatto scendere dal pick up e ha ordinato a tutti di consegnare soldi, cellulari, ogni cosa che avevamo. Lì è prassi: ogni nero che arriva viene derubato e picchiato, prima di essere arrestato. L’uomo che era con me ha finto di non avere denaro: in tasca aveva la sua unica speranza di costruirsi un futuro. Ma il militare l’ha picchiato e perquisito e quando ha trovato quelle banconote in tasca l’ha fucilato davanti ai miei occhi”.

“Io invece sono stato portato in un carcere, dove mi hanno detto di chiamare la mia famiglia e di farmi mandare 1200 euro, se volevo essere liberato – continua Isaac – Ho cercato di spiegare che non avevo nessuno, che l’unico mio parente acquisito era appena stato ucciso. Non avevo nessuno da chiamare. Nessuno avrebbe pagato il riscatto. O fuggivo, o morivo. Dopo pochi giorni di carcere, dove eravamo in mille ammassati, sono riuscito a scappare. Alcuni stavano programmando la fuga, e io mi sono unito. Ho rischiato la vita, ma era l’unica possibilità che avevo. Grazie a Dio un giorno mi sono imbattuto in un arabo che ha voluto portarmi a casa sua, dove sono rimasto nascosto per mesi. Poi però – forse si cominciava a vociferare sulla mia presenza in casa, e in Libia è proibito nascondere i neri – una notte sono stato prelevato nel buio, messo nel bagagliaio di un auto, e imbarcato su un gommone. Sono arrivato a Reggio Calabria senza saperlo: la mia meta non era mai stata l’Europa”.

Nemmeno Raymond, 17enne ghanese sbarcato a Reggio Calabria il 7 maggio, era intenzionato a raggiungere l’Italia. “Io volevo solo andare in Libia a lavorare, perché in Ghana non avevo da mangiare, ma appena ho varcato il confine libico mi sono reso conto che i miei progetti non si sarebbero potuti avverare”.

“Dopo 10 giorni trascorsi su un pick up attraverso il deserto, in 50 siamo arrivati in Libia – inizia a raccontare il ragazzo – Ci hanno fatto scendere e hanno iniziato a picchiarci e torturarci. Si sono fatti consegnare soldi e cellulari. Io sono stato torturato per ore, con scariche elettriche e pugnalispiega Raymond mostrandomi alcune cicatrici sulle braccia – Poi ci hanno portato in un campo di detenzione, e ci hanno ordinato di chiamare le nostre famiglie, per avere il riscatto. Io ho trascorso due mesi lì dentro, finché non sono stato liberato e sono riuscito a prendere il gommone. Quando sali su quella barca, di notte, sai che è un fifty fifty: hai il 50% di possibilità di morire, il 50% di vivere. Ma dopo aver passato l’inferno, la morte non ti spaventa più. Niente è peggio della Libia”.

“Fuoco 24 ore su 24, sparano in continuazione, anche i bambini piccoli. Ci sono morti ovunque e ogni minuto che vivi sai che potrebbe essere l’ultimo”. Descrive così, la Libia, Ramish, 17enne del Ghana. Appena arrivato in Libia – racconta il ragazzo – mi hanno rubato il telefono e i soldi. Mi hanno picchiato e arrestato. Mi hanno fatto chiamare la mia famiglia per avere il riscatto e poi mi hanno lasciato in una stanza stracolma di gente dove non potevo nemmeno distendermi. Sono rimasto lì per due mesi: un panino al giorno era l’unico sostentamento. Non potevamo farci la doccia, e spesso arrivavano i militari a picchiarci. Quando è giunto il riscatto sono riuscito a uscire, e per pagare il viaggio verso l’Italia ho dovuto lavorare tre mesi come schiavo finché una notte sono venuti a prendermi  due uomini con la barba bianca. Mi hanno fatto salire sull’auto, era a sud della Libia, e mi hanno portato a Tripoli, sulla costa. Mi hanno fatto salire su un barcone. Io non capivo nulla: erano tre giorni che non mangiavo e quando sono arrivato in Italia non sapevo se ero vivo o morto. Ora lo so: sono vivo, grazie a Dio”.

“Libia troppo brutto”. Bongiu ha 15 anni, e ha lasciato la Guinea per raggiungere l’Europa. Non era mai andato a scuola, nel suo paese, aveva cominciato da piccolissimo a lavorare come cercatore d’oro. Arrivato in Italia, non parlava alcuna lingua europea, ma solo il Mandinga. Ora mastica un po’ l’italiano. Abbastanza da voler denunciare la situazione: La mia famiglia mi ha dato i soldi per raggiungere la Libiaspiega – lì avrei lavorato, ma appena arrivato mi sono reso conto che era l’inferno. Tutti sparavano e tu dovevi stare nascosto, se no ti facevano fuori. Se ammazzi un bianco vai nei casini, ma se ammazzi un nero fai una cosa buona. Io in Libia sono stato rinchiuso in un centro a Sorman e ho dovuto chiamare la famiglia per avere i soldi per essere liberato. No so come li abbiamo trovati, ma ho detto loro che senza quei soldi morivo. In quella prigione potevo alzarmi per andare in bagno. La doccia però non mi era permessa e per due mesi sono rimasto senza lavarmi, con la stessa maglietta addosso. Ero sempre seduto, giorno e notte, avevo sonno, sete e fame. Ci davano un piccolo panino al giorno, ma non era mai abbastanza. L’acqua era preziosa come l’oro, e spesso salata come il mare”.

Ci sono ragazzini come Bongiu, Ramish, Isaac, Raymond ed Emmanuel che hanno voglia di raccontarsi. Ma ci sono soprattutto ragazzini che non parlano. Che non lo possono fare.

C’è Mekete, ad esempio, che ha seri problemi psichici. Il 15enne eritreo è sbarcato a Reggio da solo: ha di certo vissuti gli orrori libici. E’ dalla costa di Tripoli che è partito, ma non sa nulla di ciò che ha passato. Ha difficoltà a relazionarsi e passa le giornate a guardare il vuoto. Poi c’è Christofer, 16enne che viene dalla Nigeria e dopo aver visto il fratello gemello e la madre morire assassinati dalle milizie libiche, è impazzito. Mamadou invece ha ancora la capacità di ragionare, ma non può più camminare. Il 17enne ghanese è senza una gamba: è sbarcato a Reggio con una pallottola sull’arto inferiore sinistro e, in ospedale, non hanno potuto far altro che amputargli la gamba.

I minori non accompagnati ospitati nei centri di prima accoglienza di Reggio Calabria sono ragazzini che hanno rischiato tutto e perso molto: salute, familiari, affetto. Ma non la speranza: “Io voglio trovare un lavoro per aiutare chi ha fame”, dice Raymond. “Io voglio diventare avvocato, per difendere chi come me ha visto calpestati tutti i suoi diritti di uomo”, rivela Isaac.

Nelle carceri libiche i ragazzini dicono di aver patito la fame, il sonno, la sete, la sofferenza corporale, la paura di morire da un momento all’altro, ma ciò che fa loro più male è la perdita della dignità. “In prigione eravamo tutti uguali – spiega Emmuanuel – non avevamo un nome. Eravamo solo neri: nudi, sporchi. Da uccidere, da torturare, da stuprare o schiavizzare”.

di Stefania De Bastiani