"Ne sono certo: per un narcotrafficante il nemico principale è la legalizzazione". Un discorso lineare, già sentito pronunciare più volte da politici ed istituzioni, ma che fa molto più effetto perché questa volta è stato fatto direttamente da un boss, e che boss. Parliamo di Felice Maniero, creatore della mafia nata in Veneto negli anni '70, passata alla storia come la Mala del Brenta, che è stato intervistato da Roberto Saviano per la serie "Kings of Crime". Posizione resa ancora più esplicita quando lo scrittore chiede al boss, oggi pentito: "Quindi lei da narcotrafficante avrebbe combattuto la legalizzazione?", per sentirsi rispondere: "Oh! Guardi che hanno il terrore della legalizzazione eh! Tutti, non solo io!".

A quel punto Saviano esclama: "Ma lei sta ragionando sulla possibilità di legalizzare tutte le droghe, sia leggere che pesanti?". E la replica non lascia dubbi: "No, io sto ragionando su come distruggere le mafie. A un prezzo che si pagherà ovviamente…". Per rendere ancora più chiaro il ragionamento, Maniero, nello spiegare se, in caso di legalizzazione, i suoi affari sarebbero andati avanti lo stesso, sottolinea: "Per le altre organizzazioni la legalizzazione sarebbe la ghigliottina. Mi chiedo come mai ancora non lo abbiano fatto. Beh, un narcotraffico legale però controllato, non è che uno va a prendersi un chilo! Deve tirar fuori i documenti, codice fiscale e tutto. E poi se uno Stato acquista la cocaina o l'eroina da un altro Stato, con 50 euro può comprarne 2 chili credo, perché non costa niente… E la può vendere anche a 100 euro, 200, tanto per dire, senza porcherie dentro. Ovvio che bisogna fare una cosa che è molto delicata, però visto che sono 50 anni che imperversa in tutto il mondo e in tutta Italia soprattutto – perché l'Italia è uno dei principali Paesi – perché non provano qua?".

Dichiarazioni simili a quelle rilasciate poco tempo fa direttamente dal figlio di Pablo Escobar, Sebastian Marroquin, secondo il quale: "Finché non ci sarà la legalizzazione, ci sarà il narcotrafficante. È una conseguenza logica. La politica crede che la proibizione sia la soluzione ma in realtà non lo è, anzi rafforza le attività illecite. Tra l’altro, io credo che i politici lo sappiano, ma è un grande affare anche il proibizionismo, è molto lucrativo". La cosiddetta "Guerra alla droga", War on drugs per gli anglofoni, è un fenomeno politico e sociale che è stato lanciato da Nixon negli anni '70. L’idea di base era che, con un grande dispendio di soldi pubblici, forze della polizia e politiche repressive, si sarebbe potuto arginare il fenomeno della diffusione di sostanze. Uno schema che, nonostante sia stato dimostrato nei fatti che sia totalmente fallimentare, visto che da quando è stata attuata continuano ad aumentare i consumi, gli arresti dei consumatori ed i guadagni della criminalità organizzata, è lo stesso riproposto oggi in Europa. In particolare in Italia dal ministro Lorenzo Fontana, che ha la delega alle politiche antidroga ed ha spiegato di riconoscersi "nella formula della tolleranza zero".

Nel frattempo, negli ultimi 50 anni, milioni di persone sono state criminalizzate per reati non violenti connessi agli stupefacenti, portando a oltre 1,4 milioni di arresti negli Stati Uniti nel solo 2014. Peccato che l’ONU, a più riprese negli ultimi anni, abbia più volte indicato agli stati membri che la Guerra alla droga ha fallito, provando ad incoraggiare approcci più tolleranti che vadano nella direzione della riduzione del danno, dell’utilizzo dei soldi pubblici per informare i cittadini piuttosto che per reprimerli, sottolineando che: “La guerra alla droga ha avuto effetti collaterali dannosi: ha creato un mercato nero, ha favorito la corruzione, la violenza e l’instabilità, minacciato la salute pubblica e la sicurezza generale, generato abusi di diritti umani su larga scala, incluse abusive e inumane punizioni, ha discriminato ed emarginato persone che fanno uso di droghe, tra cui indigeni, donne e giovani”, si legge nel rapporto presentato dalla United Nations Development Programme nel 2015, l’agenzia dell’ONU incaricata di sviluppare strategie per ridurre la povertà globale.

L’esempio più significativo è quello del Portogallo che nel 2001, in piena emergenza sociale a causa dell’eroina, ha di fatto depenalizzato il consumo personale di tutte le sostanze, leggere e pesanti. Il risultato? Il numero di consumatori è calato del 70%, così sono diminuite le morti da overdose ed il numero di detenuti arrestati per reati connessi alle droghe. Mentre sono aumentate le richieste di aiuto, anche a causa del crollo delle azioni repressive delle forze dell’ordine.

Altro esempio è quello dell'Uruguay, il primo stato al mondo a legalizzare la cannabis proprio per combattere il narcotraffico: il governo ha reso noto che in un anno, il 55% dei consumi di droghe leggere è gestito dal mercato legale, sottraendo così oltre la metà degli introiti alle organizzazioni criminali.

Secondo uno studio dell'Università La Sapienza nel quinquennio 2005-2009 In Italia la spesa pubblica destinata alla lotta antidroga è stata di 13 miliardi di euro, di cui quasi la metà per la proibizione della vendita della sola cannabis. Dall'altro lato la legalizzazione della cannabis porterebbe allo stato italiano entrate annue che sono state stimate tra i 6 e i 12 miliardi di euro.

Quando nel 2017 l'intruppo parlamentare propose in Italia una legge per legalizzare la cannabis, era stata la Direzione nazionale antimafia a sottolineare che: "Sembra coerente l’adozione di una rigorosa e chiara politica di legalizzazione della vendita della cannabis, accompagnata da una parallela azione a livello internazionale, e, in particolare europeo, che consenta la creazione, in prospettiva, di una più ampia aerea in cui il fenomeno sia regolato in modo omogeneo".

Intanto, mentre i fari del ministro Lorenzo Fontana, deputato alle politiche antidroga e quelli di Salvini, sono puntati sulla cannabis light, ed è stato varato il piano "Scuole sicure" spendendo 2,5 milioni di euro per mandare i cani antidroga nelle scuole che cadono a pezzi e installare le videocamere di sicurezza, in Italia torna a diffondersi l’eroina: più 10% nei consumi e crescita di overdose; perché è molto più semplice e immediato arrestare e reprimere, in nome della politica del terrore, piuttosto che informare i cittadini e concertare politiche inclusive.

E intanto il proibizionismo resta il più grande affare economico per i criminali, mentre lo stato resta a guardare, mostrando i muscoli con i ragazzini che fumano le canne e svelando la propria debolezza nei confronti della mafia e della criminalità organizzata.