Lo storico quartiere Coppedé a Roma.
in foto: Lo storico quartiere Coppedé a Roma.

La Costituzione “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”: ma quando si parla di centri storici, il discorso è molto più complesso, e non sempre si è riusciti a far fronte all'enorme fenomeno della speculazione edilizia che in alcuni casi ha letteralmente sventrato le città italiane. Questo perché la materia legislativa risulta, ancora oggi, estremamente variegata e le norme in questione sono estremamente diversificate: da tempo si discutono probabili soluzioni, e lo scorso novembre è giunta una proposta di legge che potrebbe risolvere il problema. Ma lo farà davvero?

La nuova proposta di legge

La proposta di cui parliamo è stata presentata lo scorso novembre a Roma dall'Associazione “Bianchi Bandinelli”, attiva dagli anni Novanta nell'ambito della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese. Urbanisti, archeologi e altri esperti del settore hanno lavorato congiuntamente per presentare una nuova proposta di legge “in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici”.

Il testo, composto da sei articoli, allarga la definizione di “centro storico” anche agli insediamenti urbani registrati dal 1939, proponendo di considerarli “beni comuni d’insieme”. Questo vuol dire che si tenterebbe di uniformare in un certo senso una norma che attualmente è variegata, applicando una disciplina conservativa sia nel pubblico che nel privato: il nucleo della proposta vieta di demolire, ricostruire o trasformare la trama storica dei centri urbani, con divieto di edificare negli spazi liberi.

I centri storici: tutelare, ma come?

Ovviamente i pro di questa proposta sarebbero numerosi, almeno sulla carta: si estenderebbe la tutela non soltanto agli agglomerati urbani “caratterizzati da patrimonio edilizio storicizzato”, che sono appunto i cosiddetti “centri storici”, ma si ingloberebbero nella norma anche tutti gli edifici storici che fino ad ora hanno avuto vincoli particolarmente facili da aggirare.

Si tratta, nel caso della tutela dei centri storici, di un dibattito aperto fin dalla seconda metà degli anni Settanta, mai del tutto concluso. La diversificazione di norme in passato ha portato alla necessità di intervenire in modo deciso tramite la cosiddetta “legge Galasso”, che ha esteso il vincolo paesaggistico a numerose zone dei nostri territori (anche a ghiacciai e foreste) ma ha tralasciato di trattare in modo specifico i centri urbani. Nemmeno il Codice dei beni culturali e del paesaggio prende in considerazione i centri storici come aree da sottoporre a tutela: conseguenza è stata, negli anni, la radicale modificazione di alcune zone storiche delle nostre città.

Un processo che Roma, Milano e Napoli hanno vissuto fin dagli ultimi decenni dell’Ottocento e che in alcuni casi non si è mai fermato. La nascita della città “moderna” ha determinato la scomparsa di interi quartieri storici, e nel caso in cui essi si siano conservati si è verificata comunque la scomparsa di tutto ciò che caratterizzava l’agglomerato urbano storico: gli abitanti, in primis. Si tratta di un processo complesso che va esaminato con cura e che andrebbe definitivamente arginato: ma come?