C’era grande attesa per la conferenza stampa di Luigi Di Maio alla sede della stampa estera, il primo incontro con i giornalisti del leader del M5s dopo “l’invito collettivo alla responsabilità” fatto dal Presidente della Repubblica. Un’attesa che era cresciuta poiché lo stesso Di Maio aveva anticipato la volontà di fare “un importante annuncio” sulle intenzioni del MoVimento in vista delle ormai imminenti consultazioni.

Un’attesa in parte delusa dalle dichiarazioni del leader 5 Stelle in conferenza stampa. A ben guardare, infatti, l’importante annuncio non c’è stato, ma le parole di Di Maio hanno almeno contribuito a definire chiaramente quella che sarà la linea nelle prossime settimane: nessuna possibilità di appoggiare un governo istituzionale, tecnico o di scopo, nessuna apertura a un esecutivo figlio di un compromesso politico fra diverse componenti parlamentari. Il MoVimento resta sulle posizioni espresse in campagna elettorale e rafforzate dal risultato del 4 marzo: un governo monocolore 5 Stelle, basato sul programma e sul mandato ricevuto dai cittadini.

Solo in questo contesto va inserita la volontà di “fare tutto il possibile per permettere l’avvio della legislatura”.  Come? Attraverso la disponibilità a discutere di “temi concreti” con gli altri partiti, cosa che, nella lettura di Di Maio, è mancata completamente. Insomma, nessuna offerta di posti, poltrone, ma solo un’apertura programmatica: “Noi non siamo disponibili a tradire la volontà popolare. I cittadini hanno votato un candidato premier, una squadra di governo e un programma. Oggi il MoVimento è proiettato al governo del Paese, gli altri che vogliono farsi avanti vengano con proposte, non con posti nei ministeri”.

Di Maio non lo dice apertamente, o meglio non può dirlo, ma essenzialmente la sua “offerta”, l’idea che porterà al Presidente della Repubblica, è simile a quella di Bersani nel 2013: nessun accordo politico ma il via libera in Parlamento, attivo o passivo, dagli altri partiti alla costituzione di un governo 5 Stelle basato su una serie di punti programmatici (erano 8 quelli di Bersani, sono 20 quelli di Di Maio) su cui il confronto è però aperto.

A differenza di Bersani, però, Di Maio può giocarsi una carta fondamentale: il ritorno alle urne. Come ha spiegato in conferenza stampa, infatti, se gli altri vogliono tornare alle urne, loro sono pronti: “A noi non spaventa, se vogliono un segnale ancora più forte, i cittadini daranno loro un segnale più forte”. È probabile, infatti, che un immediato ritorno alle urne rafforzi ancora la posizione del M5s, soprattutto se gli altri partiti trascineranno a lungo le manfrine “di palazzo”.

La linea Di Maio potrà essere tacciata di irresponsabilità e propaganda, come (da parte sua giustamente) ha fatto il reggente dem Martina. Ma mette con le spalle al muro gli altri partiti, che ora hanno sostanzialmente due opzioni: o cedere al “ricatto” del leader 5 Stelle o fare un pastrocchio, un mega inciucio Lega – FI – PD che garantisca governabilità per un periodo più o meno lungo di tempo. E indovinate un po’ chi non sta aspettando altro che poter rilanciare la polemica contro “la politica politicante” del “sono tutti uguali” e pensano solo alle poltrone? Già, avete indovinato.