Uno spettro di aggira per Napoli: lo spettro di "Gomorra – La serie". Da giorni quotidiani, televisioni, radio, sui social, persino nei bar e nelle tombolate tra amici non si fa che provare a dirimere la questione: può una serie televisiva influenzare i giovani e spingerli a diventare dei criminali? Secondo il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, la faccenda sta esattamente in questi termini: "Mi preoccupa molto l'emulazione che diversi ragazzi fanno nell'imitare i personaggi negativi, come se diventassero positivi o simpatici. La sera dopo la serie aumentano anche le stese".

Dal punto di vista statistico, l'affermazione del primo cittadino partenopeo non ha ricevuto alcun riscontro da parte delle forze dell'ordine, eppure tanto è bastato perché la querelle si sviluppasse incontrollata, creando fazioni nette pro e contro"Gomorra", l'opera letteraria di Roberto Saviano trasposta prima al cinema, poi in teatro e infine in televisione. Anzi, ricominciasse. Perché sin dall'inizio della sua messa in onda su Sky nel 2015, la fiction ha scatenato dibattiti infuocati sulla rappresentazione che darebbe della città di Napoli, fornendone a seconda dei sostenitori dell'una o dell'altra parte una visione negativa e dannosa, oppure realistica e corretta, col conseguente invio al rogo di secoli di estetica letteraria.

Eppure non è la prima volta che il successo di pubblico di una fiction provoca un acceso dibattito sulla sua ricezione tra le masse. Due i casi più clamorosi, dovuti all'impatto planetario che hanno avuto e al successo di critica: "The Wire" ambientata nella città di Baltimora negli Stati Uniti e "Narcos" ispirata alla vicenda di Pablo Escobar in Colombia. Casi diversi ma entrambi basati su fatti storici acclarati e ambientati in contesti sociali attraversati da profonde dinamiche criminali che, nonostante la loro eterogeneità, possono essere accomunati a quelli della serie made in Italy. Entrambe le serie hanno dovuto subire l'accusa di spettacolarizzare il crimine e di mostrare il volto negativo della realtà che intendevano rappresentare, finendo dunque per scontrarsi in alcuni casi con la politica e con rappresentanti delle Istituzioni.

Il caso The Wire: le due Baltimora

"The Wire" è una serie televisiva statunitense prodotta da HBO e trasmessa negli Stati Uniti dal 2002 al 2008. Cinque stagioni scritte magistralmente da David Simon e Ed Burns, al punto che nella classifica stilata da Writers Guild of America la serie occupa la nona posizione tra le migliori di sempre, mentre gran parte della critica americana la considera unanimemente quella che ha cambiato per sempre il modo di fare serialità, aprendo al concetto di antologia, poi assunta da ben più famose ficiton (almeno nel nostro Paese) come "True Detective".

"The Wire" è un racconto duro, realistico e spietato della società americana nel suo rapporto con il crimine legato al traffico della droga, mostra i legami tra povertà, l'indotto del commercio della droga, la fine della classe operaia americana, le istituzioni, l'educazione, i mass-media ed è interamente ambientata a Baltimora, città di medie dimensioni nel Maryland che ha un numero di omicidi sette volte maggiore della media nazionale, seconda solo a Detroit.

Ogni stagione si concentra su un aspetto differente di Baltimora: il traffico di droga, il porto, la burocrazia e l'amministrazione cittadina, il sistema scolastico e l'apparato dei media. Proprio la rappresentazione della città nella serie ha causato più di qualche dibattito che ha coinvolto gli autori, gli attori, i produttori della serie e i governanti della città americana, nonostante l'enorme consenso di pubblico e di critica. Qualche tempo fa, infatti, su un articolo apparso su The Guardian, Kurt Schmoke, sindaco di Baltimora per dodici anni, ha scritto in un articolo intitolato programmaticamente "The Wire and the real Baltimore":

Per quelli di noi che vivono a Baltimora la nostra più grande lamentela su The Wire è che non riflette il fatto che la nostra è in effetti una storia di due città. Lo spettatore occasionale dello spettacolo non capirebbe che Baltimora è la patria di musei eccezionali, di importanti università, istituti di ricerca medica di livello mondiale, invitanti attrazioni turistiche e belle comunità residenziali. Ciò che lo spettatore vedrebbe e ciò che The Wire espone è la realtà dell ‘"altra" Baltimora. Questo è il lato della città che è segnato da case vuote, ostacolato da un sistema scolastico pubblico povero e afflitto da una concentrazione di povertà che porta a livelli elevati di abuso di droghe e crimine violento. Questi due Baltimora coesistono in un'area relativamente piccola a soli 40 miglia dalla capitale delle nazioni, Washington DC.

Come sindaco di Baltimora, Schmoke è stato particolarmente importante, perché oltre a essere il primo sindaco della città di colore, durante il suo mandato è stata attuata una politica di depenalizzazione delle droghe molto controversa, raccontata anche dalla fiction. Ai tempi in cui era primo cittadino, Schmoke aveva avviato programmi in materia di alloggi, istruzione, sanità pubblica e sviluppo economico, alcune delle sue posizioni includevano la difesa della depenalizzazione del consumo di droga e l'impiego di guardie di sicurezza della Nazione dell'Islam in un progetto di edilizia abitativa.

Più o meno le medesime critiche mosse di recente a "Gomorra – La serie" da parte di alcuni magistrati impegnati nella lotta alla criminalità e alla mafia, come Giuseppe Borrelli, Federico Cafiero de Raho e Nicola Gratteri, sono state avanzate anni fa dalla polizia di Baltimora, nella persona del suo principale referente Frederick H. Bealefeld, il quale addirittura si spinse a desiderare che la serie somigliasse di più a un'altra fortunata fiction televisiva, CSI, nella sua versione Miami e New York.

The Wire una è macchia su questa città che richiederà decenni per essere cancellata. Sapete invece cosa viene fuori di Miami col suo show sulla criminalità? Vengono fuori detective che assomigliano a modelli e guidano auto sportive. E sapete cosa emerge nella versione di New York? Emergono procuratori incredibilmente intelligenti, poliziotti competenti che risolvono i casi più incredibili. Invece, con "The Wire" ciò che viene fuori di Baltimora è l'idea che si tratti di una città piena di disperazione, degrado e disfunzione.

Le accuse a Narcos: "Mitizza Pablo Escobar"

Se tutto sommato in Italia "The Wire" ha raggiunto un modesto successo, per quanto riguarda la fiction che racconta l'ascesa e la caduta dell'impero criminale di Pablo Escobar, l'impatto è stato decisamente diverso. Meno amata dai critici e dagli intellettuali come la serie ambientata nel Maryland, "Narcos" ha ricevuto diverse accuse in Colombia, innanzitutto quella inerente il linguaggio dei personaggi. Gran parte dei dialoghi nella fiction sono in spagnolo, ma il cast è stato scelto quasi tutto in altri paesi del Nord e del Sudamerica, il che ha finito per creare un guazzabuglio di accenti.

Il personaggio basato sulla moglie di Escobar è interpretato da Paulina Gaitán, una messicana, mentre il fidato Gonzalo Rodríguez Gacha da Luís Guzmán, che è portoricano. Il rivale di Esobar, Jorge Ochoa, è interpretato da André Mattos, che è brasiliano. Come brasiliano è lo stesso Escobar, interpretato da Warner Moura, che usa un accento chiaramente non colombiano, imperdonabile per il pubblico madrelingua.

Non solo questioni linguistiche costituiscono il fronte di accuse a "Narcos". Su internet sono presenti diversi articoli che accusano la serie, colpevole di aver dileggiato la storia colombiana. Articoli come "Cinque ragioni per smettere di vedere Narcos" o "Nove motivi per odiare Narcos" imperversano in rete. L'accusa principale, simile a quella che in "Gomorra" viene fatta in riferimento alle figure di Ciro Di Marzio e Genny Savastano, riguarda la presunta mitizzazione dei criminali, considerato che Escobar fu responsabile di oltre tremila morti.

Secondo diversi media colombiani, poi, il confronto è da farsi  proprio con "The Wire". In cinque serie, sostengono i critici di "Narcos", la fiction su Baltimora ha davvero raccontato gran parte del marcio di Baltimora, mentre c'è da chiedersi se, ad esempio, la prima stagione di "Narcos" ha aiutato gli spettatori a capire la politica profondamente complessa della Colombia. Insomma, paese che vai, usanza che trovi per criticare la fiction.

Ma nemmeno in Colombia poteva mancare l'intervento della politica. Escobar ha aperto a Medellín una ferita che ancora non si è rimarginata, e tra quelli che ne sono convinti c’è il sindaco della città, Federico Gutiérrez. Il mese scorso Gutiérrez ha annunciato che intende fare abbattere l’edificio Mónaco, una palazzina in uno dei quartieri più esclusivi della città che fu a lungo la residenza della famiglia Escobar e che è diventata negli anni il simbolo del terrore del narcotrafficante e il fulcro dei pellegrinaggi in suo onore.

Lo scorso settembre, inoltre, in occasione della visita di Papa Francesco, lo stesso primo cittadino si è scagliato contro un titolo de El Mundo, uno dei giornali più influenti del pianeta, reo di aver intitolato un articolo "Francesco nella patria dei narcos", ricordando il passato oscuro della città con il traffico di droga e Pablo Escobar. Tanto è bastato affinché il sindaco di Medellin decidesse di uscire allo scoperto e difendere la città, chiedendo al giornale spagnolo di rettificare quel titolo dannoso per l'immagine della città:

È giusto chiamare "il paese dei narcotrafficanti" un paese di quasi 50 milioni di abitanti? La Colombia non è la patria dei narcotrafficanti. Ribadisco: riconosciamo il nostro passato. Ma siamo un paese che guarda con fierezza al futuro. Siamo un paese di lavoratori e di brave persone.