“I giudici potevano stare più attenti nel valutare le prove: non si può rovinare la vita di una persona con delle prove false. E nel mio caso ce ne sono state veramente tante”. Parola di Giuseppe Gulotta, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari del nostro Paese e finito ingiustamente in carcere per 22 anni, il quale oggi, tramite i suoi legali Pardo Cellini e Baldassarre Lauria, ha deciso di presentare il conto allo Stato per un calvario durato più di 30 anni.

Tutto ha inizio il 27 gennaio 1976 ad Alcamo Marina, vicino Trapani. Due militari vengono assassinati a colpi di arma da fuoco nella casermetta dei carabinieri di Alkamar, nella piccola località turistica siciliana. Si tratta del diciannovenne Carmine Apuzzo e l'appuntato Salvatore Falcetta. Sono loro due le vittime di quella che passerà alla storia come la “strage di Alcamo Marina”. Partono le indagini e così viene fermato un ragazzo della zona, Giuseppe Vesco, il quale confessa l’omicidio e fai i nomi di altri tre giovani: Giovanni Mandalà, Gaetano Santangelo, Vincenzo Ferrantelli e il 18enne Giuseppe Gulotta, appunto. Interrogati, i ragazzi confessano l’omicidio e così parte un lunghissimo processo che, fra vari ricorsi in appello, si conclude nel 1990 con la sentenza definitiva: vent’anni di carcere per Santangelo e Ferrantelli, ergastolo per Mandalà e Gulotta. L’unico a finire dietro le sbarre è però soltanto quest’ultimo, perché due di loro scappano in Brasile mentre Mandalà muore nel 1998. Vesco, invece, viene trovato misteriosamente impiccato in carcere: si tratta soltanto del primo punto oscuro in tutta questa vicenda.

La verità viene fuori soltanto negli anni Duemila grazie alle confessioni di un ex brigadiere, Renato Olino: durante l’interrogatorio nel 1976 i carabinieri che indagano sul caso hanno estorto ai giovani indagati delle confessioni false torturandoli. “Mi hanno legato ad un sedia, prendendomi calci e pugni e afferrandomi gli organi genitali –racconta oggi Gulotta-. C’era un’aria così tesa che o raccontavi quello che volevano loro o non uscivi vivo da quella caserma”. Grazie alle confessioni del testimone, nel 2010 parte la revisione del processo e due anni dopo, finalmente, il calvario di Gulotta finisce con la piena assoluzione.

“Io ho avuto giustizia, ma ciò che più rammarica è che ancora non è stata fatta piena luce sulla morte dei due poveri carabinieri”. Ad oggi, infatti, la “strage di Alcamo” è rimasta senza nessun colpevole, poiché scagionati i quattro imputati, l’omicidio dei due carabinieri resta tuttora un mistero. Rimangono soltanto le ipotesi: Brigate Rosse? Mafia? Gladio? Un traffico illecito di armi scoperto dai due agenti? Nessuno sa ancora come rispondere. L’unica certezza è che una persona innocente, alla fine, è rimasta in carcere per 22 lunghissimi anni.

“Qualche volta ho anche pensato di farla finita” ammette Gulotta, che qualche anno fa ha già ottenuto dallo Stato un indennizzo da 6,5 milioni di euro, mettendo in piedi una fondazione a suo nome per aiutare altre vittime di malagiustizia. “Non ce l’ho coi carabinieri, ma con le mele marce che hanno macchiato quella divisa. Anzi, se qualcuno di loro è ancora vivo, vorrei chiedergli: perché a me? Io non ho mai preso in mano una pistola, non saprei neanche come usarla –continua-. Ancora oggi è doloroso ricordare quei momenti, sono cose che ti restano dentro per sempre”. Nessuno degli inquirenti che ha commesso le torture su di lui e gli altri è stato processato poiché i reati a loro ascritti sono finiti nel frattempo in prescrizione. Il risarcimento definitivo chiesto da Gulotta, infine, è di 66 milioni di euro, una cifra record nella storia del nostro Paese e che per la prima volta vede tra le istituzioni citate anche l’Arma dei Carabinieri, oltre ai rispettivi ministeri di rappresentanza (Difesa e Interno), al dicastero dell’Economia e alla presidenza del Consiglio.