L'Organizzazione mondiale della Sanità lo ha preannunciato: la pandemia da Coronavirus è tutt'altro che finita, anzi il peggio deve ancora venire, usando le parole pronunciate ieri dal direttore dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso del quotidiano briefing sullo stato dell'arte dell'emergenza nel mondo, dove sono stati superati i 10 milioni di casi. In alcuni paesi la situazione è resa ancora più difficile dalle guerre, che durano ormai da decenni, e da una crisi economica che costringe milioni di persone a vivere nella fame. E' il caso del Medioriente, dove è allarme soprattutto in Siria, Afghanistan e Pakistan: qui i numeri ufficiali continuano a crescere, ma si tratta solo della punta dell'iceberg, dal momento che vengono effettuati pochissimi test sulla popolazione, che nella maggior parte dei casi non riesce a rispettare le più basilari regole di distanziamento sociale e igiene, vivendo in famiglie numerose, alloggi sovraffollati e con scarso accesso all’acqua.

Afghanistan, pochi test e fame diffusa

Tra i Paesi in cui la situazione Covid è più difficile c'è l'Afghanistan. Dal primo caso confermato ad Herat a fine febbraio, il numero dei contagi è aumentato ininterrottamente. All'inizio della pandemia, un numero molto elevato di afgani, più di 159.000 solo nel mese di marzo secondo l'Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM), sono rientrati dall'Iran, un paese fortemente colpito dalla pandemia. Per questo, la città, usata da molti afghani come area di passaggio in direzione delle diverse province, era diventato il primo epicentro dell'epidemia nel paese ed è attualmente la seconda area più colpita con quasi 4.500 casi confermati il ​​22 giugno. Ma come spiega Medici senza frontiere, che proprio qui ha aperto un centro di trattamento per i pazienti Covid, questi numeri non forniscono un quadro completo della situazione generale, perché restano in gran parte sottostimati a causa della mancanza di test diagnostici, come dimostrano i soli 64.585 esami effettuati su un totale di oltre 37 milioni di abitanti nella sola Herat. Senza contare che la prevenzione della diffusione del virus rimane problematica. Famiglie numerose, alloggi sovraffollati e con scarso accesso all’acqua, alti livelli di interazioni sociali e povertà rendono quasi impossibile il lavaggio regolare delle mani, l’isolamento domiciliare e il distanziamento sociale. La situazione si fa sempre più difficile a causa dell’elevato numero di personale sanitario contagiato. Da metà maggio, un alto numero di bambini malnutriti è stato ammesso nel centro di alimentazione terapeutica di MSF dove si sta facendo di tutto per mantenere la piena capacità di posti letto nonostante i contagi tra il personale.

Siria, allarme nei campi profughi

In Siria al momento si contano ufficialmente 269 contagi e 9 decessi, numeri esigui che non rappresenterebbero la realtà dei fatti. Qui il Coronavirus viaggia di pari passo con la crisi economica. L’Onu ha stimato in 9,3 milioni i siriani che non hanno garanzia di cibo, cresciuti solo negli ultimi sei mesi di 1,4 milioni. Tre gli elementi drammatici di instabilità che, uno dopo l’altro, hanno portato la Siria al tracollo finanziario in cui si trova ora il default economico del vicino Libano e le misure restrittive per il Covid-19, le cui conseguenze sulla popolazione restano un segreto di Stato e che hanno portato ad un aumento della disoccupazione. Ma a preoccupare è soprattutto la diffusione del contagio nei campi profughi. Molte famiglie, per paura di essere infettate, sono tornate nelle loro case distrutte dai bombardamenti della guerra cominciata nel 2011 senza avere acqua corrente o elettricità. “Un focolaio di Covid-19 nella Siria nord-occidentale avrebbe conseguenze impensabili – aveva spiegato qualche settimana fa Sonia Khush, Direttrice in Siria per Save the Children -. È fondamentale che gli operatori umanitari possano raggiungere bambini e famiglie vulnerabili. I valichi di frontiera sono linfa vitale per oltre 4 milioni di civili all'interno della Siria – inclusi 2 milioni di bambini – la maggior parte dei quali non può ricevere aiuti essenziali con nessun altro mezzo".

Il Pakistan e il "blocco intelligente"

Il Pakistan è tra i paesi asiatici che hanno registrato più casi di Coronavirus. Al momento ne sono 209.000 a cui si aggiungono 4.304 decessi. Il ministro della pianificazione, Asad Umar, aveva affermato all'inizio della scorsa settimana che i casi potrebbero moltiplicarsi di otto volte entro la fine di luglio e raggiungere 1,2 milioni. L'Oms ha più volte invitato il governo locale ad adottare il lockdown per limitare la trasmissione del contagio, che era stato revocato a fine maggio. Il primo ministro Imran Khan ha affermato che un "blocco intelligente", da applicare cioè solo ai focolai di cui si ha notizia, è l'unica opzione possibile per lo Stato nucleare dell'Asia meridionale nelle attuali circostanze per impedire il tracollo dell'economia.