Gli yemeniti sono pagati 5mila dollari per donare il loro rene
in foto: Gli yemeniti sono pagati 5mila dollari per donare il loro rene

“Un giorno a Sana’a ho incontrato un amico che mi ha chiesto se fossi disposto a recarmi al Cairo per donare un rene. Ho accettato perché mi hanno dato 5mila dollari”. Inizia così il racconto di Ahmed, un agricoltore yemenita che, per la disperazione, ha venduto il proprio organo. L’espianto è avvenuto nel 2014 ma da allora, come ha rivelato un’inchiesta di Al Jazeera, il traffico illegale di organi umani non è cambiato. Anzi, per certi aspetti è peggiorato da quando lo Yemen è sconvolto dalla guerra. E nel Paese mediorientale, dove è in corso la peggior crisi umanitaria al mondo, la somma incassata dalla vendita di un rene può fare la differenza tra la vita e la morte.

Il ruolo chiave del broker di organi umani

Il broker yemenita intervistato da Al Jazeera. Per ogni donatore, gli intermediari ricevono 1.000 dollari (Al Jazeera)
in foto: Il broker yemenita intervistato da Al Jazeera. Per ogni donatore, gli intermediari ricevono 1.000 dollari (Al Jazeera)

Nel traffico internazionale di organi, una parte importante è svolta dal broker, l’intermediario incaricato di trovare i possibili donatori. “Io e mio cognato abbiano venduto un rene in Egitto – afferma un altro yemenita – eravamo senza lavoro e le nostre famiglie avevano bisogno di soldi. Abbiamo incontrato un broker che ci ha messo in contatto con l’organizzazione”. In molti casi, gli intermediari sono stati a loro volta donatori di organi. Per ogni disperato disposto a vendere un rene ricevono una commissione di 1.000 dollari. “Ho iniziato 4 anni fa – ammette un trafficante egiziano intervistato da Al Jazeera – perché mio fratello più piccolo era malato e aveva bisogno di un trapianto di rene. Grazie ad un intermediario ho trovato qualcuno in Yemen disposto a donare l’organo. Dopo l’operazione, sono entrato in affari con il broker: lui pensa ai donatori mentre io trovo le persone che hanno bisogno di un rene. Lavoro sia con ospedali pubblici sia con cliniche private – continua – molti clienti vengono dai Paesi del Golfo, ma ci sono anche italiani, israeliani ed egiziani”.

Gli yemeniti non sono le uniche vittime del traffico illegale di organi che avviene in Egitto: anche migranti e rifugiati, nella loro rotta verso l’Europa, sono facili prede delle organizzazioni criminali.  “L’appartamento era pieno di altri donatori come me. Ci hanno preso il passaporto così non potevamo andare da nessuna parte – è la cruda testimonianza di Ahmed – eravamo totalmente nelle loro mani. Ci trattavano come pecore e, uno alla volta o anche in coppia, ci portavano alla clinica dove avvenivano gli esami per vedere se eravamo compatibili con chi doveva ricevere il rene”.

Rispediti a casa subito dopo l’operazione

Dopo l’intervento, i donatori vengono dimessi e rispediti a casa senza seguire i protocolli medici
in foto: Dopo l’intervento, i donatori vengono dimessi e rispediti a casa senza seguire i protocolli medici

“L’operazione chirurgica è piuttosto semplice – spiega il dottor Nagib Abu Esbaa, specialista nei trapianti di rene – ciò non significa che sia esente da pericoli se realizzata senza le opportune precauzioni”. Le procedure ospedaliere prevedono normalmente che il paziente rimanga sotto osservazione per almeno un mese dopo l’intervento. Nel caso di un trapianto illegale, invece, il donatore è rispedito a casa quasi subito. “Non mi hanno dato il tempo di recuperarmi – ammette Ahmed – e ancora oggi soffro le complicazioni dell’intervento”. “Posso solo essere grato a Dio se sono vivo – gli fa eco l’altro donatore yemenita – purtroppo dopo l’operazione non riesco più a sollevare nessun oggetto pesante”.  Inabile al lavoro, le sue condizioni di vita sono peggiorate rispetto a prima di vendere il rene. Un problema sconosciuto a quasi tutti i donatori e che, per ovvie ragioni, i broker evitano di rivelare.

Il traffico illegale di organi: un business da milioni di dollari

Il traffico illegale di organi frutta alle organizzazioni criminali da 840 a 1,7 miliardi di dollari all’anno
in foto: Il traffico illegale di organi frutta alle organizzazioni criminali da 840 a 1,7 miliardi di dollari all’anno

Il giro d’affari del traffico illegale di organi in tutto il mondo è stimato tra 840 milioni e 1,7 miliardi di dollari all'anno, secondo Global Financial Integrity, un think tank di Washington. E l’Egitto è il principale snodo di tutto il Medio Oriente. Un business in cui sono coinvolti medici senza scrupoli e ospedali compiacenti. Nel caso degli espianti degli yemeniti – come ha svelato l’inchiesta di Al Jazeera – una parte l’avrebbero anche i funzionari dell’ambasciata del Paese mediorientale al Cairo. Questi ultimi sarebbero gli incaricati di rilasciare tutti i certificati che attestano la validità della donazione secondo la legge egiziana. “Non potremmo mai operare senza la complicità delle autorità dello Yemen”, rivela un broker. Un’accusa che la delegazione diplomatica yemenita nega con forza. “Non abbiamo alcuna responsabilità nel traffico di organi – ha dichiarato l’addetto all'ambasciata – comproviamo solo i documenti presentati dal donatore e il ricevente e li inviamo alle autorità mediche egiziane”.

Donazioni in regola grazie alla corruzione

In Egitto è illegale vendere organi umani. Una legge contro il traffico prevede, tra le altre cose, che il donatore dichiari prima dell’intervento che il suo è un gesto altruista e non mosso dal denaro. Tuttavia, questo non è affatto un problema per i gruppi criminali. “Prima dell’operazione mi hanno messo davanti ad una telecamera e mi hanno chiesto perché volevo donare un organo – continua Ahmed – e mi hanno fatto firmare un foglio in cui esentavo l’ospedale da qualsiasi responsabilità”. Sempre secondo la legislazione egiziana, inoltre, donatore e ricevente devono avere la stessa nazionalità. Ma anche in questo caso, con alcune mazzette pagate a funzionari corrotti, i documenti arrivano dallo Yemen perfettamente in regola.

Contro il traffico illegale di organi, la polizia egiziana ha condotto diverse operazioni che hanno portato all'arresto di medici e dirigenti ospedalieri. Ciò nonostante, c’è un ospedale che non è mai stato toccato dalle indagini: è il Wadi El Neel Hospital che, secondo Al Jazeera, sarebbe direttamente collegato ai servizi segreti egiziani. Ed è proprio in questa clinica in cui sono avvenuti gli espianti di rene dei tre donatori protagonisti dell’inchiesta giornalistica.

Il profilo del donatore: maschio tra i 28 e i 40 anni

E’ difficile determinare quanti yemeniti abbiano accettato di donare un organo a cambio di soldi. “Delle mille persone intervistate, 900 hanno ammesso di aver venduto un rene – assicura Nabil al-Fadhil, a capo dell'organizzazione yemenita per la lotta alla tratta di esseri umani (Yocth) – ma ce ne sono per lo meno altri 10mila che sfuggono al nostro controllo. Molti di loro quando tornano in Yemen diventano essi stessi intermediari alla ricerca di nuove vittime”. Per Wahag al-Maqtari, responsabile dell’unità di terapia intensiva dell’ospedale di Sana’a, la maggior parte delle vittime del traffico è di sesso maschile, di solito in un’età compresa tra i 28 e i 40 anni. Una cosa è certa: circa il 90% delle vendite di organi è avvenuto in Egitto.

Oltre alla guerra e alla miseria, bisogna sottolineare un’altra causa dietro l’elevato numero di donatori yemeniti: nel Paese mediorientale, infatti, non esiste una legislazione contro il traffico di organi. “Abbiamo contribuito a far arrestare più di 80 broker – sottolinea al-Fadhil – ma sono stati rilasciati subito dopo”. L’aeroporto di Sana’a è chiuso da tempo a causa della guerra civile e l’Egitto non ammette più nuovi rifugiati. Ma gli yemeniti disposti a vendere i loro organi ci sono ancora. Ad una scala senza precedenti, come ha affermato al-Maqtari. “Tanti miei connazionali in fuga dalla violenza sono scappati in Egitto – conclude al-Fadhil – e per sopravvivere sono costretti a vendere un rene”. Dopo l’inchiesta di Al Jazeera, l’organizzazione contro la tratta di esseri umani è stata chiusa dalle milizie Houthi e al-Fadhil è stato costretto a lasciare lo Yemen.