Siamo di nuovo al tradizionale appuntamento della giornata mondiale per dire no alla violenza alle donne. E la novità italiana, quest'anno, assieme alle tantissime iniziative del web, canali tv, e scuole sarà la manifestazione nazionale del 26 novembre a Roma che si annuncia imponente dalle ore 14 da Piazza della Repubblica fino alla Piazza San Giovanni). Era dai tempi di Berlusconi che non se ne organizzava una così trasversale con l'obiettivo chiarissimo: “Non una di meno”. Basta uccidere le donne. E finalmente torna il femminismo vero in piazza sottratto a quello della comunicazione dei volti noti, sottratto all'essere contro Berlusconi o meno, a essere contro i musulmani o meno. Trasversale e privo di ogni strumentalizzazione. Un evento quindi da non perdere per tantissime ragioni. Per urlare Basta.  Per rafforzare la percezione di solidarietà tra donne senz'altro. Per veicolare idee per le nuove generazioni. Per trovare una forte corrente di energia che rafforzi l'autostima delle donne: è da qui che si deve partire per non cadere nelle trappole della violenza. Dove dentro la parola “autostima” entrano tantissimi concetti: primo fra tutti la percezione che si ha di sé e che rende le donne capaci di agire in totale autonomia, senza subire lo sguardo, e ancora di più le minacce dell'altro abusante.

Anche per questa ragione le fronde di femministe “separatiste” all'interno delle molteplici sigle di associazioni femministe si sono appuntate sulla partecipazione o meno degli uomini all'interno del corteo, alcune concludendo che sì, andava pure bene, ma in coda. Una controversia che, per chi conosce il femminismo, è fisiologica e presente da sempre ma che è stata puntualmente cavalcata dalle solite giornaliste maschiliste usate come randelli contro altre donne. Tuttavia questa “disputa” sul corteo,subito sanata (tutti parteciperanno come credono), ha un suo senso perché ne riproduce la – giusta- contrapposizione simbolica. Si manifesta per dire No alla violenza. Ma dirlo a chi? Se non agli uomini? Ma loro proprio che ruolo continuano ad avere? La violenza sulle donne perché sembra sempre riguardare solo le donne? A ben guardare, effettivamente, la questione riguarda solo le donne: quando subiscono un abuso, devono avere competenze tali (spesso: devono poter avere le giuste condizioni) per dire no subito. Il che significa, ad esempio, che se una donna con figli subisce violenza in casa, deve essere così forte da denunciare e trovare il sostegno per andarsene. Ma è possibile ? I centri antiviolenza, la prima spiaggia verso la salvezza, dove delle operatrici preparate dovrebbero poter accogliere donne abusate nel loro percorso, come è noto, sono sempre più prive di fondi. E inoltre: come si impara a dire di no di fronte a un abuso? Come lo si riconosce nel suo nascere, come si ferma nel divenire? Incuriosisce proprio la posizione maschile in questo dibattito: da sempre molto goffa e poco chiara, e troppo spesso di strenua resistenza culturale. Che “competenze emotive” hanno gli uomini quando reagiscono con violenza di fronte a un rifiuto di una donna? A una sconfitta che li fa sentire “meno uomini” secondo gli stereotipi tradizionali? Quali e quanto sono diffusi i centri dove gli uomini possono rivolgersi prima di continuare la filiera di orrori? Cosa li fa sentire più forti di una donna? Soprattutto, perché nessuna di queste domande si rivolgono mai agli uomini?

Agli atteggiamenti tipici del maschilismo che continua a essere trattato come una malattia endemica e impossibile da curare, si accompagna anche una grandissima schiera di donne che hanno introiettato le attitudini maschili e il potere che ne deriverebbe. Basti pensare alla fierezza con cui donne parlano di altre donne per dire che sono molto capaci: “E' una donna con le palle”. Come se essere donne senza avere attributi di genere maschile fosse riduttivo e poco significativo. E basti, ancora una volta come termometro la valanga di orrore che si riversa puntualmente sulla Presidente della Camera Laura Boldrini quotidianamente oltraggiata non sul piano politico, ma come si insulta in genere una donna. Oggi la presidente ha reso pubblici i nomi di chi la insulta e anche i loro commenti. Spesso sono donne appunto. Un gesto di grandissima civiltà e incoraggiamento per ogni donna che subisca la stessa sorte.

Ma di nuovo: dove sono gli altri uomini in questi casi? Perché non si apre mai un dibattito maschile, una presa di coscienza seria da parte loro? Perché uomini non intervistano mai altri uomini che raccontino come gestiscono la propria emotività e quali meccanismi scattino nel momento dell'abuso e della violenza? L'intera questione dovrebbe forse fare un altro passo in avanti. Non sarà giunto il momento di introdurre nel dibattito pubblico proprio la relazione uomo donna, spostandola non su donne contro uomini, ma su un “noi” in relazione, iniziando a parlare di “competenze” e di educazione emotiva? O più banalmente “educazione agli affetti”? Il video esperimento realizzato da Luca Iavarone per Fanpage ha raccontato precisamente questa questione. A dei bambini una voce maschile adulta e esterna diceva di schiaffeggiare una bambina. Le reazioni istintive erano sempre contrarie alla violenza. La violenza è dunque qualcosa che si apprende, sicuramente (e in genere gli abusati ripetono quello che hanno subito). E' un fatto culturale e emotivo, insieme. In "La scuola Cattolica" il premio Strega Edoardo Albinati per la prima volta ha mirabilmente descritto la formazione della violenza maschile proprio dall'età della pubertà in un contesto maschile, “per bene”, cattolico e quindi profondamente italiano. Cosa accade nella testa, nell'universo emotivo e nel corpo di un uomo. Bisognerebbe partire da questo libro per cominiciare a farsi domande diverse.

Da osservare comuque che molti paesi in cui il dibattito culturale su questioni di genere è ben più avanzato del nostro non cambia di molto la percentuale di femminicidi. Cosa è che mette allora in relazione un femminicidio con la cultura? La cultura è quella cosa che fa prendere coscienza a un'opinione pubblica che poi agisce nelle scelte politiche, che agisce nel linguaggio stesso che è poi quello più normativo per chi lo riceve. Come si sente una donna ad esempio sempre rappresenta picchiata? Come agisce sull'autostima di una donna dover corrispondere a un canone estetico per essere accettata? Cosa è se non cultura ciò che fa realizzare alla Rai uno spot contro la violenza alle donne in cui una bambina dice che da grande non farà niente perché sarà picchiata? Essere picchiate come destino. Ma chi sono quelli che l'hanno pensata, concessa, permessa, realizzata, messa a punto? Dall'associazione femminista Di.Re un'operatrice mostra una serie di progetti  in cui per sottolineare la giornata tutti si affannano a mostrare donne picchiate e uomini che le picchiano. Un cantante ha realizzato un video, un gruppo di studenti aspiranti registi ha proposto una sceneggiatura con donne picchiate. Una serie di comuni di regioni ha prodotto un video di botte da orbi su una donna per sottolineare la giornata. Una tragedia della comunicazione che non accenna a fermarsi. Noi la ricordiamo con questo altro video, che è esattamente la più giusta e corretta incitazione, incoraggiamento, preghiera, messaggio si possa fare a tutte le donne.