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Don Giuseppe Diana viene ucciso il 19 marzo del 1994, con cinque colpi di pistola, nella sagrestia della chiesa di San Nicola di Bari in Casale di Principe. Il clan dei casalesi è mandante ed esecutore dell’assassinio del giovane sacerdote. Quando ha 36 anni, Don Peppe incontra la morte.

Età in cui pensieri maturano e si creano la loro indipendenza attraverso la riflessione e il dolore, ma anche attraverso la speranza. Difficile scrivere di un uomo di fede, quando si è uomini religiosi. Pudore: da una parte un uomo che oltre i dubbi, crede. Dall’altra, un uomo che non rinunciando al mistico, rimane dubbioso.

“La camorra oggi è una forma di terrorismo”. Nella lettera Per amore del mio popolo non tacerò scritta ben tre anni prima, nel 1991, si evince il carattere del profeta: colui che parla prima. Anticipatore non del futuro, ma scrutatore del domani. Con semplice lucidità, don Peppe aveva colto il carattere violento, banale e mortale della criminalità del territorio campano e specialmente di quello casertano: terrore. Non altri aggettivi, o iperboli, il profeta ha un dire semplice che arriva all’essenza del problema.

“Precise responsabilità politiche” e una “Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale” sono parole scritte sia sulla roccia dell’uomo di fede ma anche sulla solitudine di chi sa di non avere più una locazione di comodo, se non quella della testimonianza ferma che inevitabilmente porta al martirio.

Don Peppe è martire? Il termine è stato coniato ed usato per la chiesa primitiva, quando la testimonianza conduceva alle persecuzioni e di poi a sicura morte. La morte è un diritto dovere per chi veste una divisa. Un uomo delle forze dell’ordine quando ammazzato crea dolore, ma non ci si può stupire: è il suo lavoro. Così anche per gli uomini che credono, la Chiesa onora i suoi martiri da tempo immemore. Certo è che la fede con il passare dei secoli si affievolisce e così anche il senso di martirio, non ritenuto più possibile in un epoca contemporanea. Don Peppe crea un corto circuito tra la vita e la morte, tra il concetto religioso meridionale e il suo popolo. Terra di camorra, ma i preti non si toccano: si sparano.

Il popolo rimane a guardare, impaurito, devastato dal sangue di un riferimento secolare, creduto a torto intoccabile. Scuote la morte e la memoria di don Peppe Diana, e sempre profeticamente lo scrive nella sua lettera del 1991: “Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43)”.

Nella solitudine del credente, don Giuseppe Diana ha riunito i suoi fedeli, come atomi. Il poeta sufista Rumi scriveva: “Tutti gli atomi nell'aria e nel deserto stanno danzando, perplessi e ubriachi al raggio di luce, sembrano pazzi. Tutti questi atomi non sono così diversi da noi, felici o infelici, perplessi e disorientati. Siamo tutti esseri nel raggio di luce di Colui che ama, e null’altro può essere detto”.

Nel giorno della memoria della morte di don Giuseppe Diana, ricordiamo il nostro essere atomi, che possono esistere disorientati nella solitudine, o essere corpo vivente di giustizia sociale. Che si creda o meno.

(la foto è tratta dalla copertina del libro: Per Amore del Mio Popolo, a cura Raffaele Lupoli e Francesco Matteuzzi)