Prima di morire hanno passato 12 giorni in mare senza bere né mangiare. E senza che nessuno potesse arrivare in tempo a soccorrerli. E’ l’ennesimo dramma avvenuto nel Mediterraneo dove almeno 14 migranti sono morti di stenti dopo che il barcone sul quale viaggiavano era andato alla deriva al largo della Libia. E man mano che morivano venivano buttati in acqua. “Eravamo in 25 migranti sull'imbarcazione. Siamo partiti da Sabrata e siamo rimasti in mare per 12 giorni senza cibo né acqua”, è il racconto di uno dei dieci sopravvissuti. Tre delle vittime erano donne.

A causa del maltempo il barcone dei migranti è andato alla deriva ed è stato trascinato dalla corrente fino al largo di Misurata, 250 km più a est, secondo quanto ha riferito la Mezzaluna rossa. Il colonnello Hisham Aldwaini, portavoce delle forze di sicurezza di Misurata, ha detto che un’imbarcazione è stata trovata al largo della città portuale libica con due corpi senza vita a bordo. Aldwaini ha aggiunto che 12 migranti erano stati gettati in mare dagli altri occupanti del barcone appena capivano che erano senza vita.

A dare l’allarme è stato il proprietario di una casa sulla spiaggia che ha ritrovato i profughi sfiniti sulla riva. Alcuni testimoni hanno riferito che i sopravvissuti erano in uno stato pietoso. Il capo missione dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Iom) in Libia, Othman Belbeisi, ha confermato che i 10 migranti soffrono di una grave disidratazione e, dopo le cure mediche, saranno trasferiti in un centro di detenzione a Misurata.

“Almeno 14 morti al largo della Libia – ha scritto in un tweet l'Ong Medici senza Frontiere – mentre rapporti sempre più allarmanti confermano ciò di cui il team di Aquarius è stato testimone: la capacità di ricerca e salvataggio è insufficiente e le imbarcazioni in difficoltà vengono ignorate o non sono aiutate”.

Tre migranti morti assiderati al confine turco con la Grecia

Sul confine tra Grecia e Turchia si è consumata un’altra tragedia. Ieri, tre migranti sono stati ritrovati senza vita in altrettanti villaggi della provincia nordoccidentale turca di Edirne. Secondo quanto riporta l’agenzia Anadolu, i tre sarebbero morti assiderati. Uno di loro, un cittadino afghano ritrovato nel villaggio turco di Serem, avrebbe perso la vita dopo essere stato rimandato indietro dagli agenti di frontiera greci.

Jamalvddin Malangi, un migrante afghano di 29 anni fermato dalla polizia turca, ha raccontato di essere stato assieme al suo connazionale quando sono arrivati in Grecia attraversando il fiume Evros, confine naturale tra i due Paesi.  “Avevamo bisogno di aiuto – ha affermato Malangi – e ci siamo messi a bussare alle porte di un villaggio greco vicino alla foresta. Ma qualcuno deve aver chiamato la polizia. Quando sono arrivati gli agenti ci hanno catturato. Prima ci hanno condotto alla stazione di polizia e poi ci hanno riportati vicino al fiume dove ad aspettarci c’erano due barche con le quali siamo stati rimandati indietro”. Se il suo racconto dovesse essere confermato si tratterebbe di una violazione dei diritti dei migranti, che non possono essere respinti in questo modo anche se privi di regolari documenti. Non sarebbe comunque la prima volta che accade, come da tempo denunciano diverse Ong, anche se Atene ha sempre negato le accuse.

Ancora non è chiaro se anche le altre due persone trovate senza vita appartenessero allo stesso gruppo che ha cercato di arrivare in Grecia assieme a Malangi. I loro corpi sono stati inviati all'istituto di medicina legale di Istanbul dove verranno effettuate le autopsie. La frontiera tra Turchia e Grecia è da tempo al centro di una delle maggiori rotte migratorie verso l'Europa. Secondo le autorità greche, nel 2018 sono oltre 14.000 i migranti entrati nel Paese attraverso il confine turco.