Il secondo giro di consultazioni al Quirinale si è concluso con un nulla di fatto. Lo ha detto chiaramente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: non c’è stato alcun progresso rispetto a una settimana fa. Il capo dello Stato si è preso alcuni giorni per riflettere e valutare in che modo procedere, probabilmente affidando un incarico esplorativo a qualche esponente dei principali partiti a o una delle più alte cariche istituzionali (presidente del Senato o della Camera, magari). Ma lo stesso Mattarella solamente una settimana fa aveva chiesto a tutte le principali forze politiche di dialogare prima del secondo giro di consultazioni.

Nessuno ha realmente ascoltato l’appello del presidente della Repubblica. Nessun incontro tra i principali leader. Qualche telefonata ma volta, soprattutto, a quella che sembra essere più una spartizione di poltrone che non un accordo su basi programmatiche e di governo. Così, se trovare l’intesa sugli uffici di presidenza di Camera e Senato e sulle presidenze delle commissioni speciali dei due rami del Parlamento è stato un passaggio semplice e rapido, altrettanto non si può dire per le trattative per formare il governo. Negli ultimi giorni si sono viste tante aperture di facciata, tanti messaggi propagandistici, ma nessun atto concreto. Nessuno passo indietro – né, altrettanto, in avanti – ma solo messaggi di amore a mezza bocca, da alternare con segnali di guerra.

Ormai son passati quasi 40 giorni dal voto del 4 marzo: il problema non consiste nel fatto che ancora non ci sia un governo. L’Italia, fortunatamente, oggi può permettersi una fase di stallo che duri anche qualche settimana. Il punto non è che il governo non c’è già, il problema è che nessuno si è neanche seduto a un tavolo per trattare. Se da una parte gli italiani che attendono risposte dopo il voto possono sentirsi confortati dalla vicinanza delle visioni tra MoVimento 5 Stelle e Lega su molti punti, proprio lo stesso punto sembra invece preoccupare: se i temi in comune ci sono, come è possibile che le trattative non siano neanche partite?

Hanno probabilmente ragione tutti coloro che parlano solo di protagonismi: da una parte Salvini non vuole perdere il suo alleato Berlusconi perché così facendo non sarebbe più il vero candidato premier, ma semplicemente il leader del secondo partito di una coalizione con i Cinque Stelle. All’opposto, Di Maio vuole che Salvini scarichi Berlusconi, in modo che proprio il MoVimento sia la prima forza politica e la premiership spetti a lui. Nessuno dei due vuole cedere. E chi osserva tutto ciò, da spettatore interessato, è Silvio Berlusconi. Che difficilmente sarà disposto a fare un passo indietro: a oggi è difficile vedere una ragione per cui il leader di Forza Italia debba rinunciare a un accordo di governo, abbandonando la coalizione che ha animato durante tutta la campagna elettorale. E c’è poi il Pd, che continua a stare alla finestra, evitando di intervenire e restando fermo sulla linea portata avanti dal 5 marzo: opposizione e nessuna alleanza di governo.

Ma qualcuno dovrà fare il primo passo. Che sia Luigi Di Maio, decidendo di aprire a Forza Italia e a Berlusconi assumendo una posizione responsabile per far partire le trattative e trovare l’accordo di governo? Che sia Matteo Salvini, scaricando il suo alleato Berlusconi per andare a fare il socio di minoranza in un esecutivo con i Cinque Stelle? Che sia Silvio Berlusconi, optando per un passo indietro e lasciando strada libera a Di Maio e Salvini? Che sia Maurizio Martina, decidendo di portare il suo Pd al tavolo con il M5s provando a formare un governo su un programma comune? Qualunque sia la risposta, c’è una certezza: bisogna mettere da parte tatticismi, personalismi ed egoismi per iniziare a trattare.

L’Italia ha bisogno di un governo pienamente operativo, che compia scelte politiche sul fronte interno (le emergenze come il lavoro, la povertà e tante altre ancora vanno affrontate al più presto e lo hanno chiesto anche gli italiani con il loro voto) e anche sul fronte esterno (come dimostra la crisi siriana). Una settimana – che doveva essere decisiva – è passata senza nessuna reale trattativa e senza nessun progresso. Non si può andare avanti così, qualcuno deve compiere un passo in avanti ed è arrivato il momento che i leader politici in campo dimostrino di essere all’altezza, prendendosi finalmente una responsabilità per sbloccare la situazione e dimostrare di essere in grado di governare, anche prendendo scelte scomode e complicate.