Con un importante gesto di ribellione civile decise dei denunciare i clan della ‘ndrangheta che gli chiedevano il pizzo, ma da allora la sua attività è andata a rotoli ed ora è costretto a vivere in povertà e con gli aiuti della Caritas. È la dolorosa storia dell'ex imprenditore calabrese Salvatore Barbagallo ricostruita da Federico Fubini sul Corriere della Sera. Schiacciato dal potere criminale dei clan della zona, l'uomo nel marzo del 2007 decise che era arrivato il momento di dire basta e si rivolse alla Questura di Vibo Valentia ben conscio dei pericoli in cui rischiava di incorrere. Mai però avrebbe pensato che sarebbe finito in una tragica storia di burocrazia tra lentezza dei processi e mancate risposte delle autorità. Dopo otto anni dalla denuncia infatti il 65enne non ha più l’azienda, non ha un lavoro stabile a parte quello di badante a tempo, e per di più la sua richiesta di accedere all’indennizzo riservato agli imprenditori che denunciano il racket resta senza risposta. Non solo, oltre al danno anche la beffa visto che per una serie di vizi di forma e rinvii, i processi per i reati ai suoi danni restano bloccati e c'è il rischio prescrizione.

Una situazione disperata che ha costretto l'uomo a rivolgersi alle associazioni caritatevoli. Barbagallo infatti purtroppo vive grazie alle donazioni del Banco alimentare, di una parrocchia e della Caritas. Una condizione che lo ha portato anche a gesti clamorosi come quello del maggio scorso quando si è steso sul selciato nel centro di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, dove quel giorno era in visita la commissione parlamentare antimafia. Barbagallo ha impedendo all’auto della presidente della commissione Rosy Bindi di andarsene così ha avuto un colloquio con la parlamentare che le ha promesso di interessarsi al caso.