"La valutazione che diamo è articolata, ci sono misure interessanti ma la risposta non è ancora sufficiente". In sostanza si aspetta il testo definitivo del decreto dignità e in generale si guarderà con molta attenzione alle mosse successive del governo in tema di lavoro: questa la posizione di Tania Scacchetti, membro delle segreteria confederale della Cgil ed ex segretaria della Camera del Lavoro di Modena, sulle misure contenute nel provvedimento recentemente licenziato dal Consiglio dei ministri.

Qual è la valutazione complessiva della Cgil sul decreto dignità, c'è una reale inversione di tendenza?

La valutazione che diamo è articolata, nel senso che il decreto contiene alcune misure molto interessanti e condivisibili, che vanno nella direzione opposta rispetto alla piena deregolamentazione, ma la risposta non è ancora sufficiente per dire che si è effettuata una vera inversione di tendenza. Dal nostro punto di vista, rischia di mancare un po' di coraggio rispetto a un intervento più organico, di vero riordino e ri-regolamentazione del mercato del lavoro. Inoltre il decreto è altrettanto privo di misure, che ci aspettiamo in altri provvedimenti, che facciano finalmente da volano per l'economia, ossia politiche di crescita fondate sulla ripresa degli investimenti, in particolare quelli pubblici, volti anche a creare occupazione.

Seconda voi allora, cosa c'è e cosa manca in questo provvedimento?

Ci sono misure che ci piacciono ma anche altre che ci preoccupano. Ci piace in particolare la norma sui contratti a tempo determinato, che però avremmo voluto diversa. Si sarebbero dovute ripristinare le causali fin dall'inizio del contratto, per segnalare così in modo chiaro che si tratta di una forma di lavoro non ordinaria. L'ampliamento dell'entità del risarcimento per i licenziamenti illegittimi è anche questa una norma poco coraggiosa. Se si vuole davvero intervenire, sarebbe il caso di ripristinare ed estendere l'articolo 18, con il diritto a essere reintegrati nel posto di lavoro, ridando così al lavoratore potere contrattuale rispetto ai licenziamenti illegittimi, che sono atti di prevaricazione e di ingiustizia. Comunque si tratta di cambiamenti non trascurabili, ma che dovranno trovare coerenza in altri interventi, penso a un contrasto alla precarietà che si estenda anche ai falsi tirocini e alle false partite Iva e favorisca il lavoro di qualità, il lavoro su cui investire e fare leva per lo sviluppo. Sosteniamo la norma sulla ludopatia, che ci sembra un intervento importante anche per il tipo di messaggio che si vuole dare. Quello che non ci piace è la parte fiscale del decreto. Per fortuna ancora non si parla ancora di misure, pur presenti  nel contratto di governo come la dual tax, che consideriamo negative perché ledono il principio della progressività della tassazione; quello che c'è però, spacciato come intervento di semplificazione, nasconde – secondo noi – un arretramento degli strumenti di contrasto all'evasione e all'elusione fiscale.

Cosa risponde alle critiche che da più parti sono arrivate proprio sulle norme relative al tempo determinato?

Sul paventato aumento del contenzioso, in particolare per la reintroduzione delle causali, si tratta di un tema che torna ciclicamente, ogni volta che si cerca di ripristinare un qualche diritto per i lavoratori: è un falso problema. Innanzitutto occorre intendersi, se ridurre il contenzioso significa ridurre i diritti dei lavoratori allora magari avremmo ottenuto una sua riduzione ma non avremmo fatto un gran servizio né al lavoro né alla qualità del sistema economico e imprenditoriale di una società. In secondo luogo se è vero che non sono le leggi in sé a creare lavoro, ciò abbiamo misurato dopo 20 anni di deregolamentazione del mercato del lavoro è che togliere diritti non ha favorito in sé la crescita dell'occupazione. L'occupazione è cresciuta solo quando è cresciuto il Pil, solo dal benessere economico dipende la crescita del numero dei posti di lavoro. Peraltro l'occupazione che abbiamo recuperato in questi ultimi anni è un'occupazione più fragile, più precaria, con molte meno ore lavorate ed è quindi essa stessa un freno alla ripresa dell'economia in quanto incide negativamente sui consumi delle famiglie e sulla loro fiducia. Parlare di lavoro dignitoso e di qualità non significa soltanto rispondere alla condizione di singole persone, che pure già basterebbe, ma significa creare le condizioni per competere e crescere economicamente.

Sulle delocalizzazioni, pensa che il tema sia stato impostato nel modo giusto o condivide le preoccupazioni di chi crede verranno scoraggiati gli investimenti e resa più complessa la risoluzione delle crisi aziendali?

In generale la delocalizzazione è un fenomeno che ha molte facce, molti aspetti e credo che vada sottolineata la volontà politica di affrontare un problema che produce effetti importanti, anche sulle dinamiche europee, dentro a un mondo del lavoro globalizzato e in continuo mutamento. Se la norma risponde a un tema vero, occorre però verificare come sarà scritta tecnicamente. Secondo le bozze che abbiamo visto finora restano infatti fuori molte realtà di delocalizzazione. La norma parla di aiuti di Stato, che sono cose molto diverse e riguarda soprattutto contributi per investimenti produttivi, ma in realtà c'è una massa di altri tipi di incentivi e agevolazioni che non sarebbe toccata: ad esempio gli investimenti in ricerca e sviluppo o per processi analoghi, diversificazione, marketing non dovrebbero essere inclusi. Non sarei così preoccupata poi dell'effetto scoraggiamento e comunque le imprese che hanno deciso di delocalizzare lo hanno sempre fatto lo stesso senza nessuna possibilità di intervento di freno da parte del territorio o per iniziativa del governo. Noi abbiamo una situazione industriale che ha vissuto un grande declino e purtroppo le incentivazioni ricevute dal sistema delle imprese non sempre si sono tradotte in investimenti e in qualificazione del personale, tanto che uno dei nostri grandi problemi è l'arretramento fortissimo della percentuale degli investimenti che ci consegna un sistema produttivo arretrato rispetto alle necessità. Un nodo che il decreto non affronta è poi quello del sostegno alle persone che in un evento di delocalizzazione perdono l'occupazione. Si fa un giusto intervento di recupero ex-post di risorse, ma si tralasciano gli effetti sull'occupazione e le ricadute sulle economie territoriali, nodi che andrebbero affrontati con gli ammortizzatori sociali e la riconversione del sistema produttivo.

Come reagirebbe la Cgil alla reintroduzione dei voucher per alcuni settori specifici, come l'agricoltura?

A questo mi riferisco quando parlo di mancanza di un intervento organico sul lavoro: se fossero reintrodotti si tratterebbe di un'operazione del tutto incoerente rispetto a un decreto che si propone il tema della dignità del lavoro, della riconoscibilità e del contrasto alla precarietà. Si vuole destrutturare un lavoro che è già destrutturato. Le legittime richieste di flessibilità delle imprese hanno oggi una strumentazione contrattuale che garantisce una risposta in quasi tutti i settori. Noi avevamo e abbiamo una proposta sul lavoro occasionale in determinati settori marginali nella Carta dei diritti universali dei lavoratori, che abbiamo depositato in parlamento. Si tratterebbe comunque di una tipologia di lavoro subordinato, di agile utilizzo ma senza che si neghino la riconoscibilità e i diritti di quel lavoro e di quei lavoratori. La polemica di queste ore è strumentale, perché i voucher in agricoltura ci sono, li possono usare studenti, pensionati, disoccupati in un settore che ha peraltro la possibilità anche di attivazioni giornaliere. Dire che quello è uno strumento necessario, è una bugia.