Uno potrebbe chiedersi se con tutti i problemi che ha l’Italia e l’Europa, come la crescita della povertà in Italia o i continui segnali di debolezza europea che anche oggi stridono con la forza apparente della ripresa negli Usa, abbia senso parlare di valute “virtuali” come i Bitcoin (e le sue altre ottanta “consorelle” che sempre più prendono piede nelle transazioni su internet). Assolutamente sì è la risposta, visto che come ricorda in un’analisi molto piacevole da leggere il collega Alessandro Fugnoli, il “cambio” del Bitcoin è passato dai 15 dollari Usa di inizio anno a 1.200 prima di subire il primo serio stop tornando proprio oggi a 870 dollari dopo la decisione della Banca popolare della Cina (ossia la banca centrale del colosso asiatico) di mettere al bando i Bitcoin come valuta utilizzabile nelle transazioni delle istituzioni finanziarie cinesi.

La decisione di Pechino ha sorpreso molti, perché si tratta della prima volta che una banca centrale prende una disposizione specifica sulla valuta virtuale che in questi anni ha visto il suo valore aumentare di 89 volte, scatenando un forte interesse da parte degli investitori di tutto il mondo. Secondo la Banca popolare della Cina i Bitcoin non sono infatti una moneta con “un vero significato” e non posseggono lo stesso status giuridico delle valute reali. Il pubblico è libero di partecipare a transazioni su internet utilizzando i Bitcoin, ha aggiunto l’istituto centrale, ma “accettando il rischio su sé medesimo”, quasi a dire: se dopo esser salito da 15 a 1.240 dollari in 11 mesi il “cambio” Bitcoin/dollari Usa tornasse a 15 dollari non venite a piangere da noi. Perché la cosa ha sorpreso? Perché come ricordava Fugnoli oltre ad essere accettato da un numero crescente di siti commerciali (anche da colossi come Amazon, non solo da equivoci siti del “deep web”) il Bitcoin viene usato come valuta in un numero crescente di paesi emergenti, in particolare in Kenya, per le rimesse dall’estero (e, mi fanno notare alcuni amici, non è detto che gli immigrati dell’ex “terzo mondo” seguano alla lettera il consiglio delle autorità cinesi).

In realtà i Bitcoin sono ormai “in bolla” da un pezzo e come i bulbi di tulipani olandesi del 1.600 rischiano di veder drasticamente crollare il proprio rapporto di cambio con altre valute “reali” anche in caso di una sempre maggiore diffusione che è di fatto agevolata (e non ostacolata come ingenuamente qualcuno potrebbe pensare) dalle banche centrali occidentali, Bce e Federal Reserve in testa. Ai liberisti di mezzo mondo i Bitcoin piacciono perché possiedono ai loro occhi diversi pregi: sono una valuta privata, non possono venire stampati a discrezione di banche centrali o governi e sono anzi totalmente affidati al mercato, senza (apparentemente almeno) alcuna possibilità di manipolazione. Per la Bce e la Fed i Bitcoin sono ancora poco più che un esperimento in vitro e la cosa non sorprende: in circolazione al momento ci sono poco più di 12 milioni di Bitcoin, equivalenti ad un controvalore di mercato di circa 11,657 miliardi di dollari Usa, contro circa 2,6 triliardi (migliaia di miliardi) di dollari, quasi 5,5 triliardi di euro e 565 triliardi di yen.

Ma per tener conto delle maggiori valute di scambio mondiale bisogna almeno aggiungere lo yuan, nel frattempo diventato la seconda valuta più usata al mondo negli scambi commerciali (e di cui “circolano” quasi 32 triliardi di yuan equivalenti a 5,2 triliardi di dollari) e la sterlina (123,58 miliardi, ossia 0,2 triliardi di dollari). Insomma: i Bitcoin rappresentano ancora una frazione minima (meno dello 0,05%) della quantità di “circolante” (quello che gli economisti chiamano M1) delle sole cinque principali valute mondiali, che in totale arriva a quasi 24.000 miliardi di dollari e continua a crescere sotto la spinta delle banche centrali occidentali che da tempo “drogano” i mercati pompando liquidità e mantenendo i tassi sui livelli minimi storici (come confermato ancora oggi dalla Banca d’Inghilterra e dalla Bce, che per inciso ha fatto sapere di prevedere che l’inflazione e i tassi resteranno bassi “per un lungo periodo” in Eurolandia).

Per questo le autorità possono anche non darsi troppi pensieri di monitorare gli alti e bassi delle quotazioni che intanto sta attirando sempre di più l’attenzione dei grandi intermediari finanziari privati. Come conclude Fugnoli, investire in Bitcoin non è per tutti e se è pur sempre più probabile diventare ricchi puntando sulla valuta virtuale che non comprando un biglietto della lotteria, sarebbe meglio che chiunque volesse provarci non investisse più dei soldi che sarebbe pronto a perdere “investendoli” in giochi e scommesse. Uomo avvisato…