Cosa cambia per il governo Conte dopo il boom della Lega alle Elezioni Europee? Sarà Matteo Salvini a staccare la spina e portare in breve il Paese a nuove elezioni? Oppure i Cinque Stelle proveranno a ricucire con il Partito Democratico per spaventare il leader leghista con lo spauracchio dell’alternativa di legislatura al governo gialloverde? La figura di Giuseppe Conte esce rafforzata o indebolita dalla consultazione elettorale? Che cosa farà il Partito Democratico di Nicola Zingaretti? Continuerà a chiedere elezioni subito, anche se non si capisce bene a quale scopo?

Sono queste alcune delle domande che circolano fra gli addetti ai lavori nelle ore successive alla diffusione dei dati definitivi delle Elezioni Europee. Domande cui è difficile rispondere, se non per ipotesi calibrate non solo sui numeri, ma anche sul contesto generale. I numeri, dicevamo, stavolta sono chiarissimi: la Lega di Matteo Salvini sfonda ovunque e segna il suo massimo storico, abbattendo la barriera dei 9 milioni di voti (alle Elezioni Europee del 2014 prese il 6,2% con meno di 1,7 milioni di voti, alle Politiche del 4 marzo 2018 alla Camera il 17,4%, pari a meno di 5,7 milioni di voti); il Movimento 5 Stelle prende il 17% dei consensi e circa 4,5 milioni di voti (partiva dal 21,1% e 5,8 milioni di voti nel 2014 ma soprattutto dal 32,7% dei consensi e 10,7 milioni di voti delle Politiche). Sullo sfondo, la completa diffusione territoriale del consenso per il Carroccio, la dissoluzione di Forza Italia e il rafforzamento di Fratelli d’Italia rendono teoricamente autosufficiente il ticket Meloni – Salvini per la maggioranza alla Camera e al Senato.

Poi però c’è il contesto, dove le cose si complicano molto. Le ultime settimane di campagna elettorale hanno mostrato con estrema chiarezza come Lega e 5 Stelle siano a un tempo maggioranza e opposizione, alleati e nemici, forze di governo e di protesta. Un doppio binario che ha premiato Salvini, che è riuscito a far presa sull’elettorato governista presentandosi come il più risoluto ed efficace interprete di quel voto di cambiamento alla base della rivoluzione del 4 marzo scorso. Lo scambio di questi mesi di governo insieme si è retto su un equilibrio sottile: Di Maio era quello disposto a cedere sul piano ideologico per portare a casa misure concrete, Salvini quello disposto a concedere qualcosa ai 5 Stelle pur di continuare a determinare l'orientamento politico complessivo dell’esecutivo. Un patto coerente coi diversi obiettivi dei due politici: Di Maio aveva la volontà di “istituzionalizzare” il partito fieramente populista, Salvini di riportare nel campo del populismo di destra una forza che si era fin troppo adagiata nei saloni romani e nei legami col tessuto produttivo del Paese. L’attivismo di Salvini e la forza dei suoi messaggi hanno portato col passare del tempo i 5 Stelle a schiacciarsi sulle posizioni e finanche sullo stile del leader leghista, fino a risultare indistinguibili su alcune questioni cardine dell’agenda politica.

Di Maio farà cadere il Governo?

L’incantesimo si è rotto ora che le Elezioni hanno mostrato come in realtà il messaggio salviniano sia egemone tanto a destra quanto nel complesso dell’elettorato governista, che identifica il cambiamento con l’azione del ministro dell’Interno. Cosa farà Di Maio a questo punto? Realisticamente nulla, perché i suoi margini di manovra sono risicatissimi. Tanto per problemi interni (la resa dei conti non tarderà ad arrivare, anche a causa delle teste che cadranno dopo il flop europeo), quanto per le porte sbarrate che troverà quando proverà a volgere lo sguardo a sinistra. Zingaretti prima ancora del voto ha dovuto fare i conti con la levata di scudi di un’area consistente del partito e ancora più consistente dei gruppi parlamentari: coi 5 Stelle non si dialoga, meglio (minacciare) le elezioni. L’unica è trincerarsi ancora di più dietro le spalle di Conte, sempre più esposto nelle ultime settimane verso la causa grillina, sperando che la “fiducia” di cui godrebbe il Presidente del Consiglio non sia un altro abbaglio dei sondaggi.

Salvini vuole andare a nuove elezioni?

E Salvini? Perché non fa cadere il governo e prova a conquistare Palazzo Chigi assieme al soccorso nero di Giorgia Meloni? Prima di tutto perché, come vi spiegavamo qui, non ne ha alcun bisogno: “L'alleanza con i 5 Stelle non solo gli consente di continuare il lento ma costante svuotamento dell'elettorato di Forza Italia, ma di aggredire anche quell'elettorato governista che considera i 5 Stelle troppo timidi e ormai quasi istituzionali […] la posizione di governo consente a Salvini di ampliare il raggio d'azione della Lega e completare il percorso di trasformazione in forza politica di respiro nazionale, in grado di ridimensionare la destra liberale a mera testimonianza”. Perché rovinare tutto per tentare una prova di forza col rischio di trovarsi impantanato e in condizioni peggiori? E senza nemmeno la certezza delle elezioni a breve giro…

Già, perché molti dimenticano di dire quanto sia tecnicamente difficile un ritorno alle urne in tempi brevi. Le finestre per andare al voto in autunno sono strettissime e, dato il contesto economico e sociale, Mattarella difficilmente esaudirebbe senza fiatare i desiderata del ministro dell’Interno. Insomma, il rischio dello stallo è enorme. E, per giunta, a che pro? Con il rischio di rendere ineluttabile l’aumento dell’IVA e dare una mazzata a milioni di elettori?

Dunque, che succede al Governo Conte?

Salvini si è affrettato a dire che “la sua parola è sacra” e che non ci saranno cambiamenti nei rapporti con Di Maio. Parole scontate e giustificate proprio in virtù di quanto dicevamo prima, ma che non possono valere per tutti e per sempre. Il punto è che le tante frizioni di queste settimane hanno lasciato strascichi pesanti tra leghisti e grillini (dal caso Siri alle polemiche con Giorgetti), e c’è chi non aspettava altro che la resa dei conti. Due le questioni fondamentali: la TAV (con la Lega che stravince in Piemonte e spingerà per la realizzazione dell’opera, che ha promesso ad ambienti produttivi e referenti territoriali) e il riequilibrio numerico nel governo. Un conto è un’alleanza basata su 32-17, un altro ragionare a partire da 16-34. E i nomi di Toninelli, Grillo e Tria sono sempre più traballanti…

Il contesto europeo

C'è un elemento completamente eluso dal dibattito di queste ore: le elezioni Europee in quanto elezioni Europee. Si è votato per eleggere la rappresentanza italiana a Strasburgo e Bruxelles e la Lega potrebbe essere il primo partito europeo per numero di parlamentari: un risultato eclatante, a maggior ragione per la marginalità del gruppo in cui i leghisti confluiranno. Una rappresentanza enorme in un gruppo debole, che non sarà coinvolto neanche nelle trattative per la formazione della maggioranza e che non è andato nemmeno vicino a quel boom annunciato alla vigilia. Cambiare l'Europa, ha ripetuto fino allo stremo Salvini, confidando nel boom sovranista e populista. E ora, come mantenere le promesse e come conciliare centralità in Italia e marginalità in Europa? Ecco, magari è questo il vero punto…