È passato quasi un mese dalla pubblicazione di un interessante comunicato stampa del Governo, ma il suo contenuto sembra non destare particolare attenzione: si tratta dell’approvazione di dieci disegni di legge delega in moltissime materie, con il fine della codificazione e semplificazione.Il documento sarebbe già interessante di per sé, visto che il Consiglio dei ministri, cioè il Governo, approva delle leggi delega al Governo, cioè a sé stesso, seguendo quella prassi ormai sdoganata negli ultimi anni che vede nel Parlamento, che dovrebbe essere titolare della funzione legislativa, un semplice passacarte di atti già decisi dall’Esecutivo.

Le dieci leggi delega abbracciano un enorme numero di materie: saranno oggetto di riforma agricoltura, codice civile, contratti pubblici, turismo, disabilità, ordinamento militare, istruzione e università, spettacolo, lavoro. Come saranno riformate? Non è chiaro. Il testo si caratterizza per una vaghezza che lascia spazio a qualunque interpretazione, permettendo modifiche in sensi anche tra loro opposti. Anche in questo caso, oltre che per l’anomalia del Governo che delega sé stesso, non mancano i dubbi costituzionali, visto che, secondo l’art. 76 Cost, "l'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti". Una riforma del codice civile senza alcuna indicazione delle intenzioni, così come una riforma sulla disabilità che si limiti a citare tutti i temi riguardanti le normative di tutela e di inclusione sono tutto meno che "oggetti definiti", e i criteri direttivi appaiono fin troppo ampi per essere determinati.

C’è però una direttiva chiara, l’unica precisa accanto alla vaghezza di tutte le altre: si tratta di una disposizione in materia di lavoro.

Eliminare i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti per l’adeguamento alla normativa europea, salvo che la loro perdurante necessità sia motivata dall’analisi di impatto della regolamentazione (AIR) dei relativi decreti legislativi;

Così recita l’art. 1 co. 3 lett. f) della legge delega, nel testo diffuso online. Che cosa significa? Il Governo intende procedere a una deregolamentazione del diritto del lavoro o, meglio, all’abbassamento delle tutele per i lavoratori, adeguandosi al minimo richiesto dall’ordinamento europeo. La riduzione delle tutele potrebbe incidere molto sul diritto del lavoro: direttive e regolamenti europei pongono infatti regole di base, si limitano cioè a richiedere un trattamento minimo, che gli Stati membri possono aumentare. Così hanno fatto negli anni i paesi più ricchi dell’Unione, Italia compresa, subendo talvolta anche lo svantaggio del cosiddetto dumping sociale, cioè il trasferimento di stabilimenti in quei paesi dove i sistemi di tutela (e quindi il costo del lavoro) sono più bassi.

Vero è che l’eliminazione dei livelli di regolazione superiore ai minimi sarà effettuata solo se le tutele che il Governo intenderà sopprimere non saranno giudicate necessarie nell’analisi di impatto della regolamentazione, l’AIR. L’AIR è una metodologia di valutazione preventiva di vantaggi e svantaggi dei provvedimenti, che le istituzioni possono richiedere per le norme che intendono approvare. Nell’ultima redazione sull’applicazione di questo protocollo, l’ufficio competente ha però evidenziato diverse criticità:

– l’AIR invece che essere utilizzato come uno strumento per orientare le scelte regolatorie, a partire dal momento in cui l'amministrazione sta dando corpo all'idea di un nuovo provvedimento si traduce spesso in una giustificazione a posteriori di scelte già compiute;
– le attività di analisi e verifica dell'impatto sono svolte generalmente dagli uffici legislativi dei Ministeri, con un coinvolgimento assai limitato degli esperti di settore delle direzioni generali e dei dipartimenti; […]
– tutte le procedure sono caratterizzate da scarsa trasparenza e da una carente diffusione di informazioni in ordine ai relativi esiti

La rassicurazione circa l’utilizzo dell’analisi di impatto non può quindi tranquillizzare rispetto a quello che, pur nel generale silenzio di media e politica, si annuncia come un enorme progetto di deregolamentazione, con la generale compressione dei diritti dei lavoratori. Basti pensare, ad esempio, alle lavoratrici madri in gravidanza o all’indomani del parto: per legge, in Italia, è previsto un congedo obbligatorio di maternità di cinque mesi, più alto di quello previsto dalla direttiva europea, che impone soltanto un congedo di almeno quattordici settimane (circa tre mesi), obbligatorio per le sole prime due settimane. Le tutele a rischio sono tutte quelle che sono state ottenute dai lavoratori italiani, spesso anche a costo di lotte politiche e sindacali tutt’altro che semplici: trattamento di fine rapporto, rimedi contro il licenziamento individuale, limitazioni del potere datoriale, diritti di associazione sindacale e di sciopero… Il catalogo dei "livelli di regolazione superiori ai minimi" è ampio e in pericolo.

La proposta sembra peraltro incostituzionale.

Da un lato, politico prima che giuridico, il nostro ordinamento si basa sul principio lavoristico: la Repubblica deve infatti rimuovere gli ostacoli socio-economici per il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori alla vita politica della comunità. Non a caso, quindi, già nella Costituzione sono previsti diritti minimi: l’assistenza per gli inabili, il riposo settimanale e annuale, la parità tra lavoratrici e lavoratori, la retribuzione proporzionata e dignitosa. Le tutele nel mondo del lavoro nascono perché, sul mercato, il bisogno alimentare del lavoratore rischia di diventare strumento di ricatto nelle mani delle imprese: dal divieto del lavoro minorile alla previsione di doveri in materia di salute e sicurezza, la normativa di diritto del lavoro rappresenta il tentativo politico di riequilibrare il potere del mercato.

Dall’altro lato, giuridicamente, diverse convenzioni internazionali (ad esempio, quelle dell’OIL, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro) sono state ratificate dall'Italia e livelli di regolazione superiori ai minimi delle direttive sono previsti anche nella Carta Sociale Europea: abbassare la protezione dei lavoratori significherebbe quindi violare queste fonti internazionali che hanno un valore anche nell’ordinamento interno. Nella sentenza della Corte Costituzionale che ha smontato il meccanismo centrale del Jobs act, ad esempio, tra le varie violazioni rispetto alla Carta costituzionale, è citata anche quella all’art. 117 Cost, riguardante i trattati internazionali, a causa dell’inosservanza, tra le altre, proprio di una norma della Carta sociale.

La censura sull’eventuale incostituzionalità di provvedimenti di erosione delle tutele sarebbe però successiva alla loro approvazione e attuazione: gli effetti della deregulation avrebbero già impatto sul mercato del lavoro italiano.

La questione sembra rientrare nelle strategie di politica sociale già attuate negli Stati europei in cui la destra, più o meno estrema, è al governo: in Ungheria, ad esempio, è stata approvata sul finire del 2018 una contestata legge sul lavoro che aumenta il tetto degli straordinari fino a 400 ore all’anno, con la possibilità di rimandare la retribuzione nei tre anni successivi.

L’obiettivo della deregolamentazione e della riduzione delle tutele per i lavoratori, insomma, potrebbe essere anche in Italia l’abbassamento del costo del lavoro, con la conseguente crescita degli investimenti dall’estero. Il prezzo dell’apparente (ed eventuale) aumento del capitale sarebbe però quello di privare chi lavora in Italia di quei diritti di sicurezza sociale finora garantiti.

Il discorso, oltre che socio-economico, è anche democratico, non soltanto per la discutibile prassi di demandare al Governo la funzione legislativa con enormi poteri decisionali, ma anche perché l’abbassamento delle tutele ricaccia il lavoratore in uno stato di soggezione che, dai diritti sociali, contagia anche quelli di libertà. Da un lato, infatti, il luogo di lavoro è un ambiente sociale in cui, ferma restando la libertà economica del datore di lavoro che resta insindacabile e ampiamente garantita, deve essere assicurata libertà e dignità al lavoratore. Dall’altro, la sicurezza sociale, con i principi solidaristico e lavoristico che caratterizzano le costituzioni socialdemocratiche, è lo strumento tramite cui le persone possono partecipare alla vita politica senza timore che la propria libertà di espressione abbia impatto negativo sul rapporto di lavoro: l’emancipazione dalla schiavitù del bisogno e la democrazia nell’impresa vivificano così la libertà, che dallo stabilimento si allarga alla comunità tutta. Al di là dei paragoni ideologici, peraltro, i primi atti del regime mussoliniano, prima e dopo la presa del potere, furono appunto l’attacco ai sindacati, l’eliminazione delle possibilità di negoziare condizioni di lavoro, mitigate dalla elemosina di provvedimenti assistenziali, che finivano per essere strumenti di consenso e di controllo, su cui tuttora si basano certe retoriche. Ora come allora, mentre batte la grancassa per le concessioni sociali, il silenzio caratterizza il progetto di riduzione dei diritti, che in questo caso si annuncia drastico e pericoloso.