È stato presentato il piano del ministero dell’Interno per l’integrazione dei destinatari di protezione internazionale. Il provvedimento è destinato esclusivamente ai titolari di un permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale (rifugiati e aventi diritto alla protezione sussidiaria) e dispone veri e propri percorsi di inclusione sociale e “integrazione di lungo respiro”, che hanno la finalità di rendere autonomi i soggetti beneficiari. Come rileva il Viminale, al 31 agosto sono 74.853 le persone presenti in Italia che hanno ottenuto un permesso di soggiorno per tali motivazioni, mentre restano complessivamente 196.285 le persone inserite nel sistema di accoglienza nazionale, gran parte delle quali attende di conoscere se ha diritto all’asilo politico o a un’altra forma di protezione internazionale.

Il piano prevede di utilizzare diversi strumenti finanziari, quali il Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI), il Fondo Sociale Europeo (FSE), il Fondo per lo Sviluppo Regionale (FESR) diversi strumenti finanziari, quali il Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI), il Fondo Sociale Europeo (FSE), il Fondo per lo Sviluppo Regionale (FESR), ma anche parte dei 100 milioni di euro delle misure emergenziali messe a disposizione dalla UE.

I comuni devono aderire agli SPRAR

Il piano prevede che le attività considerate “di supporto all’integrazione” siano “offerte fin da subito anche ai richiedenti oltre che ai beneficiari di protezione internazionale”. Si prevede, cioè, di avviare fin da subito percorsi di integrazione, con particolare riferimento all’insegnamento della lingua italiana e all’orientamento culturale. Il problema, però, è sempre lo stesso: se non si esce dalla logica emergenziale ogni provvedimento rischia di essere lettera morta. Lo scrive anche il Viminale, ricordando ancora una volta come il sistema SPRAR debba diventare l’unico sistema di seconda accoglienza, e specificando che “ai fini di un’efficace politica di sostegno all’integrazione, è urgente superare il sistema di accoglienza straordinaria e ampliare l’adesione dei comuni al sistema SPRAR”.

La lingua italiana, la scuola e il lavoro

Al centro del progetto c’è necessariamente la formazione culturale e linguistica, che il Viminale immagina debba cominciare al momento della prima accoglienza. Sono previsti dei test iniziali, delle iniziative speciali per gli analfabeti e la partecipazione “obbligatoria” dei migranti ai corsi di lingua svolti nei centri.

Accanto a ciò, vanno implementati dei meccanismi di accesso all’istruzione, che devono essere semplificati per i titolari di protezione internazionale e per i loro familiari. In particolare, si prevede di “potenziare le misure a supporto della prosecuzione degli studi superiori e universitari” e rendere “effettivo il diritto-dovere dei minori all’istruzione e alla formazione, tramite percorsi formativi specializzati che consentano di accedere anche alle politiche attive del lavoro”.

Discorso simile per quel che concerne il riconoscimento dei titoli e delle qualifiche acquisiti nel paese di origine, che va sburocratizzato e reso più semplice, per consentire ai rifugiati di inserirsi nel tessuto lavorativo con più rapidità, anche in considerazione del fatto che spesso nessuno di loro può rivolgersi alle proprie autorità consolari.

Anche dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, il Viminale intende richiamare Regioni e Asl a dare piena implementazione ai patti sottoscritti in passato, supportando “una sistematica rilevazione dei bisogni della fascia di popolazione più vulnerabile che includa nello specifico i titolari di protezione, con il coinvolgimento delle comunità e di associazioni con particolare riferimento a salute mentale e disabilità, minori, donne, mutilazioni genitali femminili (MGF), violenza di genere (GBV), e gruppi di persone LGBTI”.

Sgomberi solo se con alternativa in strutture pubbliche in disuso

La questione casa resta ovviamente centrale e il Governo si impegna a estendere alle persone titolari di protezione internazionale le risorse del welfare territoriale. Un passaggio del documento merita una certa considerazione: “Prevedere programmi d’intervento sociale per rispondere alle complessità relative agli insediamenti informali nei centri urbani, stabilendo procedure di accompagnamento alla fuoriuscita anche attraverso la ricognizione degli edifici pubblici in disuso da destinare all’abitare sociale”.

Tradotto: gli sgomberi di edifici occupati saranno seguiti alla sistemazione in edifici dello Stato, caserme in disuso, probabilmente. La priorità è quella di evitare casi simili a quello di via Curtatone, con decine di rifugiati sgomberati in malo modo, cui non era stata prospettata una soluzione alternativa dignitosa.

Le misure a sostegno delle donne

Strumenti specifici sono messi a disposizione delle donne rifugiate e richiedenti protezione internazionale, nella considerazione che “la maggioranza di esse arriva in Italia dopo un viaggio caratterizzato da abusi, violenze e vari tipi di sfruttamento”. Il Viminale ha fissato una serie di linee di intervento, fra le quali:

  • attenzione specifica deve essere riservata alle donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale – un fenomeno in costante aumento – per l’attivazione dei meccanismi di protezione previsti dalla normativa vigente e il referral agli enti di tutela specializzati;
  • attenzione alle vulnerabilità derivanti da violenza di genere (ad es. violenza sessuale, violenza domestica, mutilazioni genitali femminili) creando meccanismi di monitoraggio e reporting;
  • procedure standard in materia di prevenzione e di risposta alla violenza sessuale e di genere per il personale che lavora in strutture di accoglienza (con la partecipazione delle stesse donne rifugiate allo sviluppo dei meccanismi di prevenzione e di risposta);
  • logistica delle strutture di accoglienza, prevedendo alloggi e servizi igienici separati per le donne e con altri accorgimenti idonei a garantirne la maggior sicurezza possibile;
  • le strutture devono disporre di personale femminile di riferimento, in particolare per i servizi di mediazione culturale, quelli legali e quelli medici.

La religione, le comunità e il dialogo con l’Islam

Un focus particolare merita la scelta del ministero di inserire delle specifiche linee guida per la “promozione del dialogo interreligioso e interculturale” come strumento di integrazione e per contrastare la cultura del razzismo e il rischio islamofobia. Ciò significa, sostanzialmente, dare seguito al Patto nazionale per un ISlam italiano e implementare una serie di punti, giudicati essenziali: adesione ai valori della Costituzione, parità dei diritti tra uomo e donna, moschee aperte a tutti, un albo pubblico degli imam, prediche in italiano, trasparenza sui finanziamenti, collaborazione con le autorità nella lotta al radicalismo religioso.