Anna Maria Franzoni è una mamma sensibile e affettuosa e una moglie devota. Ha ucciso il suo bimbo, ma il carcere l'ha cambiata e la terapia psicologica l'ha aiutata se non a guarire del tutto, a liberarsi dei suoi tanti incubi, e quindi è giusto che sia tornata a casa, dai suoi cari, anche se nel 2002 ha ucciso il proprio bimbo, Samuele.

Mentre l'Italia discute della sentenza che ha condannato un'altra mamma assassina, Veronica Panarello, dividendosi ancora una volta tra colpevolisti e innocentisti, che ne che ne è stato di Anna Maria Franzoni, mamma assassina che non ha mai ammesso l'omicidio del suo piccolo Samuele? Quello che è scritto all'inizio è quanto pensano gli esperti che la stanno seguendo. Condannata a 16 anni di carcere, dopo 8, il 26 giugno 2014 è tornata a casa, agli arresti domiciliari, avendo già comunque goduto di quasi mille ore di permessi a partire dal 2010. Da da due anni è a casa, a Ripoli Santa Cristina, sui colli bolognesi, bada ai figli e aspetta che il marito torni dal lavoro. Insomma, è andata avanti, è tornata a vivere. Neppure Medea, la prima mamma assassina della storia, la protagonista della tragedia di Euripide, moriva di dolore dopo aver ucciso i suoi due figli. Addirittura, sebbene dilaniata dai sensi di colpa, ma ormai convinta di quello che aveva fatto, se ne andava via su un carro divino. La fantasia di Euripide, si avvicina, in un certo senso alla realtà con la sola differenza che Anna Maria Franzoni, moderna Medea, non ricorda affatto di aver ucciso il proprio figlio. Per lei l'assassino di Samuele è ancora libero, mentre lei è una vittima della giustizia italiana. Scrive il giudice che l'ha fatta tornare a casa: “Ai fini dell'ammissione alle misure alternative, non è richiesta la confessione del condannato, che ha diritto di non ammettere le proprie responsabilità, pur dovendosi attivare per prendere parte in modo attivo all'opera di rieducazione. Inoltre, la mancata ammissione della propria colpevolezza non può indurre a fare credere che commetterà altri reati, sia perché nel processo penale l'imputato non ha obbligo di verità, sia perché l'assenza di confessione può essere dettata dai più svariati motivi senza che, solo per questo, essa sia sintomatica di mancato ravvedimento o di pericolosità sociale o dell'intenzione di persistere nel crimine”. Al contrario per il suo ritorno in libertà hanno contato il suo rapporto stabile e solido con i figli, l'amore per il marito e il suo impegno nella terapia psicologica. Scrive il giudice di sorveglianza: “E' avvenuta un'evoluzione della personalità della condannata, nel senso di una manifesta adesione ai valori della convivenza civile e di una attiva adesione al percorso rieducativo. Ci sono stati evidenti progressi nel corso del trattamento”. Anna Maria Franzoni, quindi, non ammette il suo crimine, ma quanto meno sa di essere malata, sa di soffrire di una forma di depressione che va curata ed è disposta a farlo. Ha dichiarato la donna nel giugno 2014 allo psicologo dell'asl di Bologna: “Ce la metterò tutta per buttare il passato alle spalle e guardare avanti l'avvenire per il bene della mia famiglia e dei miei figli. Voglio evitare che subiscano e patiscano altri traumi”.

Il professor Augusto Balloni, medico psichiatra che con la sua perizia ha permesso alla Franzoni di lasciare definitivamente il carcere, scrive nella sua relazione: “Gli avvenimenti della vita di Anna Maria Franzoni possono aver fatto emergere disarmonie di personalità e disturbi del tono dell'umore e dell'emotività che si estrinsecano in umore depresso, facilità al pianto con ansia, preoccupazione e irrequietezza, egocentrismo, tratti di narcisismo con idee dominanti”, ma in tutto questo non c'è alcuna patologia psichiatrica. La donna non ha, cioè, una malattia, bensì “un disturbo dell'adattamento con segni depressivi” che si può curare a casa con la psicoterapia di sostegno, permettendo nel frattempo ai figli di vivere con l'amata madre e al marito di starle accanto. Anche perché senza di lei tutti quanti soffrivano.

Quanto all'amore per i figli e per il marito, gli assistenti sociali che l'hanno seguita non hanno dubbi. A proposito del rapporto con il marito hanno scritto: “La coppia è coesa, legata da affetto sincero e reciproca fiducia e capace di ben gestire gli anni, difficili, della detenzione della donna, creando una vasta rete di supporto e garantendo ai figli un ambiente sereno, adeguato alle loro esigenze e protettivo. Anna Maria, compatibilmente con la propria condizione detentiva, ha sempre dedicato tutto il tempo consentitole alla cura dei figli, mostrandosi in grado di coglierne i bisogni e le problematiche… mantenendo una forte presenza emotiva e psicologica, nonché educativa verso i figli, in collaborazione con il marito”. Sul marito gli esperti non hanno dubbi: “La dedizione e la sensibilità dimostrata da Stefano Lorenzi sono straordinarie. Nella prospettiva di un ritorno in famiglia, il marito si è impegnato a riconsiderare l'organizzazione della sua attività lavorativa…” per essere sempre e comunque vicino alla moglie.

Quand'era in carcere Anna Maria Franzoni pensava solo ai suoi figli. Scrivevano gli assistenti sociali ai tempi: “Cerca di partecipare attivamente alla vita famigliare con gli strumenti che le sono consentiti: ha realizzato lavori artigianali che il figlio ha portato a scuola e che sono esposti nell'edificio, ha organizzato la festa di compleanno dei due figli in carcere…”. E' stata sempre Anna Maria Franzoni a rendersi conto per prima che il figlio più piccolo, Gioele, 13 anni, avuto nel corso della sua lunga battaglia giudiziaria, soffriva per la sua assenza da casa, manifestando problemi sia a scuola che in famiglia e si è subito attivata per trovare una soluzione.

Medici e giudici hanno escluso anche il pericolo di recidiva: “Il rischio di recidiva è minimo perché non ci sono più le condizioni di vita e lo stato di stress e solitudine in cui la Franzoni viveva quand'era a Cogne”. Tra le disposizioni imposte alla donna, però, c'è quella di non tornare in Valle d'Aosta, ordine impartito a tutela della donna e del suo comunque fragile equilibrio. Caso chiuso, dunque, si potrebbe dire. In realtà, lo sarà solo nel 2019, quando Anna Maria Franzoni avrà estinto definitivamente il suo debito con la giustizia per l'atroce omicidio di Samuele, 3 anni, ammazzato nel letto matrimoniale di casa con un oggetto contundente, mai ritrovato, in un momento di irrefrenabile rabbia perché faceva i capricci.