Ferito un giovane giornalista italiano. La prima cosa a cui ho pensato è stata: è così che parlerebbero anche di me? Quando ho sentito che tra i feriti nell'attentato ai mercatini di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre c'era anche un giovane giornalista italiano, Antonio Megalizzi, 28 anni, è stata questa la prima cosa che è balenata nella mia mente: quel giovane giornalista italiano potevo essere io. Avevamo la stessa età io e Antonio, facevamo lo stesso lavoro. Potevo essere io il giornalista radiofonico – Antonio lavorava per Europhonica, web radio universitaria – io che ai tempi dell'università ho davvero fatto radio.

La consapevolezza che io e Antonio avremmo potuto essere la stessa persona ha lasciato subito spazio però all'angoscia quando, poco fa, è arrivata la notizia della sua morte. Quando, questa mattina, da Strasburgo è arrivata la notizia che le sue condizioni fossero stazionarie, ci ho davvero sperato con tutto me stesso che ce la facessi. Perché, pur provando una infinita tristezza, un senso di impotenza, non riesco a provare la stessa angoscia per gli adolescenti morti a Corinaldo, o per le migliaia di famiglie che vengono sterminate ogni giorno in Siria o in Libia, per i migranti che muoiono nel Mediterraneo? Perché, per quanto mi sforzi, per fortuna non saprò mai cosa vuol dire intraprendere un viaggio della speranza su un barcone, oppure cosa voglia dire vivere con la consapevolezza che una bomba possa crollarti addosso da un momento all'altro. Si chiama empatia. So, però, cosa significa avere 28 anni in Italia, so quanta fatica bisogna fare per vedere realizzate le proprie ambizioni. Conosco cosa significa fare il giornalista in questo Paese, la fatica della gavetta e l'euforia dei primi successi professionali, dei primi traguardi raggiunti.

E allora Antonio Megalizzi sono anche io, siamo tutti noi ragazzi intrappolati in quel limbo che, tra i 25 e i 30 anni, può davvero essere devastante, quelli che rimangono in Italia sperando un giorno di avere prospettive, quelli costretti ad andare all'estero per crearsene di nuove. Insieme ad Antonio muoiono un po' anche le mie, le nostre aspirazioni.

Mentre scrivo, mi rendo conto che anche io e Cherif, l'attentatore, abbiamo la stessa età: 29 anni. Per quanto ci provi, però, non riesco a provare la stessa empatia per lui. Non capirò mai cosa spinge una persona a togliere la vita a un altro essere umano. E, per quanto ci provi, non riesco a non avere paura. Nonostante i proclami, l'invito a mantenere la calma, a condurre una vita normale, non riesco a non pensare che, un giorno, Antonio potrei essere veramente io.

Lo scorso autunno mi sono ritrovato a Parigi proprio durante i giorni dell'anniversario della strage al Bataclan. E non ho potuto non pensare che, soprattutto in quel periodo, sarei potuto cadere vittima di un attentato, per strada, in un museo, in metropolitana. Morto giovane giornalista italiano, avrebbero scritto, proprio come hanno fatto per lui.