Clarissa matrella(da sanmarinortv)
in foto: Clarissa matrella
(da sanmarinortv)

Con la sua associazione di volontariato avrebbe dovuto difendere le donne vittime di abusi e maltrattamenti ma avrebbe approfittato del suo ruolo per truffare le stesse donne e nel frattempo intascare soldi pubblici a titolo di rimborsi o finanziamenti per progetti di aiuto sociale e psicologico. Queste le pesanti accuse mosse nei confronti dell'ex presidente di un'associazione senza scopo di lucro nata per la promozione sociale e contro lo stalking e la violenza di genere a Rimini. La donna, 35 anni, , Clarissa Matrella, è stata raggiunta nella mattinata di giovedì  dai carabinieri della compagnia di Riccione che le hanno notificato un provvedimento di custodia cautelare ai domiciliari firmato dal gip del Tribunale di Rimini Benedetta Vitolo su richiesta della locale Procura della Repubblica che ha coordinato le indagini. Nell'ambito della stessa indagine, nei suoi confronti è stato disposto anche un sequestro preventivo dei beni: un'auto e il 50% dell'abitazione in cui vive.

I reati contestati alla donna sono di truffa, estorsione, minaccia e falso. Secondo l'accusa, la trentacinquenne avrebbe assunto condotte illecite, relative anche all'impiego di parte del denaro pubblico corrisposto da amministrazioni locali e Regione Emilia-Romagna nell'ambito di finanziamenti per progetti di aiuto sociale e psicologico per donne abusate e minori. La donna infatti, oltre alla presidenza dell'associazione Butterfly di Cattolica, era riuscita ad ottenere anche la gestione di una casa famiglia attiva sul territorio. Con il suo operato si era fatta anche un nome nell'ambiente e, in diverse occasioni, aveva partecipato a incontri pubblici e convegni proprio sul tema della violenza sulle donne, in alcuni casi organizzati dalla stessa associazione che gestiva e che vedevano la presenza di rappresentanti di forze dell’ordine e istituzioni.

Secondo la Procura, in realtà la donna avvicinava le vittime proponendo aiuto nell'ambito dell'associazione che gestiva ma poi le avrebbe spinte a sottoscrivere tutta una serie di servizi a pagamento proponendosi anche come investigatore privato. In pratica la 35enne convinceva le donne vittime di abusi che servizi a pagamento come pedinamenti, backup dei telefoni cellulari e collocamento di microspie ambientali, avrebbero reso più facile incastrare gli uomini violenti in un futuro processo. Le donne, vista anche la facciata dell'associazione di volontario, si fidavano ma venivano truffate in quanto gli extra si rivelavano inutili. L'inchiesta era partita proprio a seguito di alcune denunce di donne truffate che raccontavano la stessa condotta da parte della 35enne. Contro alcune di loro sarebbero stati messi in atto anche atteggiamenti estorsivi: l'arrestata avrebbe minacciato di influenzare l’esito di giudizi civili, inerenti la separazione o l’affidamento dei figli, attraverso il deposito di documentazione in suo possesso. L'indagine aveva già portato a perquisizioni nella sede dell'associazione tanto da spingere l'indagata a chiudere i battenti circa un anno fa.