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Coronavirus
10 Aprile 2020
11:28

La storia del medico italiano licenziato in Spagna: “Ho denunciato i ritardi e mi hanno cacciato”

L’assurda vicenda ha per protagonista Gabriele Faccio, medico anestesista di origine romana che da circa un anno lavorava all’Ospedale Costa del Sol di Marbella, nella provincia di Malaga. A inizio marzo aveva fatto presente la necessità di alcune misure necessarie in struttura, anche seguendo l’esempio di quanto fatto fino ad allora in Italia, ma senza essere mai ascoltato. “Mi davano dell’allarmista” racconta il professionista italiano, che così qualche settimana fa è stato incredibilmente licenziato e adesso è bloccato in Spagna.
A cura di Beppe Facchini
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Ha denunciato le carenze organizzative per far fronte all'imminente arrivo anche in Spagna dell'emergenza Coronavirus. Ha inoltre fatto una serie di proposte, sull'esempio di quanto fatto fino a quel momento in Italia, e infine, di tutta risposta, è stato licenziato. È l'assurda vicenda che ha per protagonista Gabriele Faccio, medico anestesista di origine romana che vive da diverso tempo in Spagna e che da circa un anno era alle dipendenze dell'Ospedale Costa del Sol di Marbella, nella provincia di Malaga. Lo scorso 25 marzo, dopo aver “sollevato il polverone”, per usare le sue parole, il dottor Faccio ha ricevuto una lettera nella quale si dice che il suo periodo di prova con la struttura non è andata a buon, pur avendo firmato un anno fa un contratto a tempo indeterminato. “Non era mia intenzione rientrare in Italia, però magari avrei voluto tornare a casa e dare una mano ai colleghi. Come si fa a lasciare a casa un medico anestesista in queste condizioni?” si domanda il professionista romano, interpellato da Fanpage.it.

L'incredibile vicenda che lo vede suo malgrado protagonista comincia nei primissimi giorni di marzo. “Le cose che stavano succedendo in Italia, io le avevo interpretate come un piccolo anticipo di quello che sarebbe successo anche in Andalucia” racconta. E proprio in virtù di questa osservazione, Gabriele Faccio ha subito fatto in modo di attivarsi concretamente, nonostante qualcuno del suo ospedale avesse preso l'epidemia un po' troppo alla leggera. “Mi hanno dato dell'allarmista, dicendo che tanto potevamo stare tranquilli, anche perchè la maggior parte dei pazienti ricoverati in pneumologia erano soltanto italiani”.

L'anestesista romano non si è però dato per vinto, scrivendo e mettendosi in contatto con chi di dovere per fare alcune proposte e cercare di mettere in campo anche nel loro ospedale tutta una serie di misure che avrebbero certamente aiutato. Dal pre-triage esterno alla formazione sull'utilizzo dei dispositivi di protezione, dalla creazione di percorsi separati fra pazienti Covid e non Covid ad un aumento del lavoro svolto dagli addetti alle pulizie. Senza dimenticare una migliore gestione degli spazi della mensa o l'accesso vietato ai parenti dei degenti. Tutte le sue proposte sono però rimaste lettera morta. “A metà marzo -spiega- mangiavano nella stessa mensa medici di vari reparti, ma persino anche i familiari dei ricoverati. Era uno scempio, una cosa abominevole”.

Col passare dei giorni e delle settimane, alcune misure sono state adottate anche nel suo ospedale andaluso, ma con colpevole ritardo e non sempre nel migliore dei modi. “Ieri ho sentito un collega, ha detto che hanno solo una mascherina ffp2 a settimana. Dentro l'ospedale la gestione non andava fatta così -continua-. Va tutto bene, prima linea, trincea, però bisogna preservare la salute dei camici bianchi. I primi pazienti Covid arrivati veniva trasportati negli stessi ascensori che poi usavano le donne che andavano a partorire, senza che nessuno andare a disinfettare tutto. Ho una bambina di un anno e mia moglie è incinta di otto mesi -aggiunge Faccio-. Ma posso andare a lavorare tornare a casa con queste cose?”

Oltre al danno, però, ecco la beffa finale. Il giorno prima della chiusura delle frontiere decise anche dal governo iberico, il medico italiano riceve una lettera che altro non è se non “una risoluzione contrattuale di forma unilaterale. Ma dove siamo?” continua ancora a chiedersi, incredulo, Gabriele Faccio, nell'attesa che qualcuno riesca finalmente a dargli le risposte che merita.

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