Nuovi dettagli sull’inchiesta che scuote il carcere ‘Lo Russo e Cutugno’ di Torino emergono dalle intercettazioni di alcuni dei 21 agenti della polizia penitenziaria indagati per il reato di tortura. “Andiamo a dare i cambi che oggi mi sto divertendo", diceva per esempio S. B. alla fidanzata a metà mattina del 16 ottobre 2019. "A menà?", ribatteva lei, come se quella fosse l'abitudine.  A riportarlo è Repubblica. Le indagini riguardano il periodo tra marzo 2017 e il settembre 2019. I presunti pestaggi si sarebbero consumati nei corridoi, nelle celle e negli spazi comuni dell’istituto. Con un direttore (anche lui indagato) che aveva ricevuto le denunce e avrebbe taciuto, consapevolmente. E con un comandante del personale che avrebbe addirittura fabbricato dossier falsi per ‘coprire’ gli orrori dei suoi sottoposti. E proprio il comandante che un altro agente, V.D.M., menziona parlando con la madre all'indomani degli arresti, spiegando che "il comandante dice ‘al telefono non dite niente, non fate niente, perché credono più ai detenuti che a voi'". La donna gli chiedeva ("non farmi preoccupare") se fosse coinvolto nell'inchiesta. In quel periodo tutto il carcere tremava.  "Bisogna dire ai ragazzi – diceva il comandante a un suo sottoposto il 4 novembre – di mettere d'accordo gli avvocati in modo da tenere la stessa linea".

E avevano ragion a tremare. “Picchiavano e ridevano” scrive la procura di Torino ((l'inchiesta è coordinata dal pm Francesco Pelosi) nel capo di imputazione di alcuni agenti. Calci, pugni sputi. Come nel caso di Amadou I., detenuto, pestato dentro la cella da tre agenti mentre due secondini facevano il palo sull’uscio per accertarsi che nessuno vedesse. A Daniele C. è andata peggio: “dopo averlo ammanettato e bloccato a terra in attesa che venisse eseguito nei cuoi confronti un Tso, lo colpivano ripetutamente con violenti pugni al costato e, mentre C. urlava per il dolore, loro ridevano”. Violenze che le guardie carcerarie avrebbero operato nei confronti dei carcerati più fragili, quelli che dimostravano qualche scompenso psichico e che sarebbero stati obbligati a spogliarsi, venivano picchiati e costretti a ripetere frasi come "sono un pezzo di m…".E ancora: “Tu devi morire qui”, “Per quello che hai fatto ti ammazzerei. E invece devo tutelarti”. "Si tratta di una gestione basata su una sistematica attività volta a instaurare un clima di intimidazione" , spiegano gli agenti del Nucleo investigativo della Polizia penitenziaria, che nelle indagini hanno ricostruito almeno undici casi sospetti.