Questa storia si svolge in un tribunale calabrese, ha come protagonista una donna colombiana di 55 anni e va avanti da quasi 20 anni. I magistrati di Reggio Calabria la ritengono parte di un gruppo che nel 2003 trasportava carichi di cocaina dalla Colombia a Gioia Tauro, nel 2006 la inseriscono nell’elenco dei ricercati internazionali pur avendo un regolare lavoro e residenza ufficiale in Spagna, poi l’8 aprile 2008 la condannano in contumacia, il 23 maggio dello stesso anno un’altra Corte la assolve per le irregolarità nel processo e, infine, il 27 novembre prossimo dovrà ricomparire davanti al tribunale di Palmi per lo stesso processo. Ben 17 anni dopo, con la prescrizione a due passi.

“È un processo che nasce già morto, – la denuncia arriva dall’avvocato Alexandro Maria Tirelli, legale dell’imputata colombiana che oggi ha una vita regolare in Spagna – ci sono stati  una serie di errori e irregolarità che hanno pregiudicato l’intero procedimento, a partire dal decreto di latitanza emesso nonostante sapessero perfettamente che la mia assistita viveva a Madrid”.

Non è una supposizione quanto scritto nel “verbale di vane ricerche” del 24 marzo 2006 redatto dalla seconda sezione del gruppo operativo antidroga del comando Nucleo Regionale Polizia Tributaria della Calabria, dove si legge: “Le uniche informazioni acquisite confermavano quanto già emerso in corso di indagine, ovvero, che la Maria P.V.M. (omettiamo il nome per privacy, ndr) non risiede in Italia ma risiederebbe in Spagna”. In quello stesso atto vengono dichiarati latitanti anche altri 3 italiani, tra cui Rocco Mammoliti (nato a Locri nel 1969), catturato poi nel giugno 2016 ad Amsterdam in esecuzione di un mandato di arresto europeo.

“Che ci fosse qualcosa di sbagliato nella procedura – continua l’avvocato napoletano Tirelli, che è esperto in diritto internazionale ed è presidente dell’associazione Camere Penali del diritto Europe e Internazionale – lo dimostra il fatto che il 23 maggio 2008 la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha annullato quel decreto, un fatto più unico che raro”.

Tirelli tra i suoi clienti può contare un buon numero di importanti narcotrafficanti sudamericani e proprio in virtù di una lunga esperienza in processi che prevedono distanze ed estradizioni, rinnova la sua perplessità sulla strategia procedurale attuata e attacca: “Ci sono processi a nordafricani che vendono cd falsi in strada che si concludono in 6 mesi e un processo del 2003 per narcotraffico di centinaia di chili di cocaina viene dimenticato?".

"Che senso ha istruire un processo nel 2020 per fatti del 2003 che stanno per andare in prescrizione?" – si chiede l'avvocato Tirelli, che è anche segretario del partito LGR, Libertà giustizia repubblica, che si batte per la riforma costituzionale e del processo penale.

"La mia assistita, che vive regolarmente in Spagna da 20 anni è ancora lì in attesa. È evidente che in Italia c’è una giustizia a due velocità: rapida quando diventa giustizia politica e lenta quando deve occuparsi di criminalità. Soprattutto in aree assolutamente particolari del Paese”.