Antonella Anedda è una poetessa e saggista di origini sarde. La sua vita si divide tra poesia (anche se lei preferisce il termine “scrittura”) e arte. Arte a tutto tondo: se il primo approdo è stata, infatti, l’arte visiva, nel corso degli anni ha esplorato, grazie alla collaborazione con diversi artisti, anche la musica (Paolo Fresu, Rozalie Hirs, Diego Minciacchi), la performance (Jenny Holzer), il teatro (A Lunar Woman interpretato da Nicoletta Braschi per la regia di Francesco Saponaro).

Tra poesia e arte

Ma andiamo con ordine perché prima di tutto c’è stata la poesia: «L’incontro con la poesia è avvenuto verso i dodici anni quando sentii alla radio una poesia di Alexander Blok, prima in lingua russa e poi italiana. Uno dei versi conteneva il verbo “spalancare” e, lo ricordo benissimo, effettivamente in quel momento si spalancò qualcosa dentro di me. Da allora ho iniziato a leggere e studiare poesia, innanzitutto russa». Nonostante questa folgorazione fanciullesca, si iscrive all’Università La Sapienza di Roma dove si laurea con lode in storia dell’arte moderna con Augusto Gentili. «Credo di aver sempre ragionato attraverso immagini, che si condensano o si sciolgono. Per anni ho semplicemente copiato su un quaderno i versi e le frasi di poeti e narratori che mi colpivano. Poi ho scelto di studiare storia dell’arte perché mi permetteva di guardare le immagini. Adoro stare in silenzio nei musei a osservare i dettagli dei quadri. Il dettaglio è ciò che mi porta a scrivere». Da allora porta avanti queste due passioni sia in maniera indipendente sia contaminandole. Nel 1982 vince una borsa di studio presso La Fondazione Cini di Venezia e collabora con articoli di critica d’arte a quotidiani e riviste. Insegna mediazione linguistica presso la cattedra di Anglistica a Roma e poi presso l’Università di Siena. Partecipa a programmi radiofonici per Radio3 e per la Radio Svizzera. Attualmente è docente del corso di Letteratura del secondo Ottocento e del Novecento presso l’Università della Svizzera Italiana.

I Maestri

E naturalmente scrive poesie. La prima pubblicazione risale al 1992 con Residenze invernali che ottiene e numerosi riconoscimenti di critica: «Il primo libro l’ho pubblicato abbastanza tardi. Per anni ho provato a scrivere poesia – o qualcosa che ci assomigliava – con ostinazione. Finché a un certo punto sono nate delle poesie che poi sono confluite in Residenze invernali, un libro che è fatto di prosa e di poesia. All’inizio le parole si sono raggrumate e poi a un certo punto si sono messe a gocciolare. Da quel momento sono andata avanti con tutte le possibilità di errore e di caduta. Penso che scrivere sia come imparare a camminare da bambini». Ma quali erano, e quali sono, oltre ad Alexander Blok, i suoi autori di riferimento? «Sulla corrente di Blok ho letto subito dopo Guerra e Pace di Tolstoj e Le anime morte di Gogol. Ero giovane, ma credo che questa lettura mi abbia dato la misura del respiro, l’importanza che ha nella scrittura l’ampiezza. E poi: Dante, Foscolo, Puskin, Hopkins, Cvetaeva, Kavafis, Gertrud Kolmar, Zbigniew Herbert. Ho amato e amo moltissimo Cechov e Dostoevskij, tra i contemporanei mi piacciono Victor Pelevin e Ludmilla Ulickaja. Ma anche i romanzieri mi hanno segnato: Flaubert, Proust e Beckett (per il quale ho un vero e proprio culto) Kierkegaard, Wallace Stevens e Marianne Moore, Paul Klee, gli scritti di Mondrian. Fra i poeti contemporanei è stato importantissimo Philippe Jaccottet». Jaccottet, che lei definisce “maestro del silenzio” è infatti il poeta a cui più si dedica: nel 1994 cura un’antologia di poesie e prose dal titolo Appunti per una semina (Fondazione Piazzolla) e, nel 2004, La parola Russia (Donzelli): ciò che affascina Anedda è l’assenza di arroganza che non gonfia mai il linguaggio, la povertà di una poesia che non vuole stupire, ma anzi cede spesso il passo al silenzio, un silenzio che respira nei suoi spazi. Questa mancanza di arroganza, questo evitare di imporre un io invadente diventerà la cifra stilistica prediletta da Anedda che, nel suo percorso, affronterà “a distanza” i temi della perdita, della frammentazione, dello spossessamento, dello smarrimento, dell’oblio.

"La vita dei dettagli"

Mentre collabora con riviste e giornali (Nuovi Argomenti, Linea d’ombra, Ipso facto, Doppiozero, Il Manifesto), scrive saggi, cura volumi di poesia e filosofia, traduce Virginia Woolf, Mary Webb, Ann Carson. E continua a pubblicare poesia: nel 2000 con il secondo libro Notti di pace occidentale (Donzelli) vince il Premio Montale, nel 2003 è la volta di Il catalogo della gioia (Donzelli), e quattro anni dopo Dal Balcone del corpo (Mondadori). Nel 2009 pubblica La vita dei dettagli (con il bellissimo sottotitolo Scomporre quadri, immaginare mondi): «Questo libro nasce da un’ossessione e da un incubo. Tutti coloro che studiano storia dell’arte alla fine del corso di laurea devono riconoscere il dettaglio di un quadro. Viene mostrato loro un piede, una mano e gli studenti devono ricostruire la storia, ricordare il titolo, l’autore. Con questo libro io, invece, ho cercato di dar vita al dettaglio, farlo rivivere negli occhi di chi lo guarda». Il libro si compone di 32 dettagli, per ciascuno dei quali la poetessa offre degli indizi ma non dice mai né il nome né il titolo del quadro e si presenta quasi come un gioco con il lettore. Si tratta di una sorta di ontologia dei dettagli (degli oggetti tout court) che lasciano trapelare la loro vera natura quando viene a mancare la loro funzione usuale. Tra i tanti dipinti presi in considerazione, spicca il “dettaglio” del video The reflecting pool di Bill Viola:

Questo è il dettaglio di un video che potrebbe essere raccontato nuotando. Amo nuotare lentamente con qualcuno e parlare lentamente immergendo alternativamente la guancia a sinistra e a destra. Trattengo l’aria, l’acqua e le parole. Tra le mie frasi e gli abissi c’è lo stesso dialogo dei vivi con i morti. Nulla di ciò che vive sott’acqua respira a lungo sulla terra, nulla di umano vive a lungo sott’acqua.
Se mi distraggo e tu ti allontani, il mare mi riempie le orecchie, le labbra, il naso. Gli occhi si accecano, il sale si fissa in gola come calce accesa.
Immagina i morti come creature ormai marine che cerchino di oltrepassare la parete dell'acqua e poi ritornino di nuovo dalla vita delusi come risacca.

Salva con nome

Il suo ultimo libro di poesie si intitola Salva con nome (Mondadori, 2012). La raccolta si compone di otto sezioni precedute da un testo – quasi una dichiarazione di poetica – in cui si annuncia la difficoltà, meglio, la reticenza a pronunciare nomi; la precarietà e al tempo stesso la dimensione aggiogante che si cela nel gesto della nominazione: “Cos’è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri”.

Lezione

Se devo scrivere poesie ora che invecchio

voglio vederle scorrere, perdersi in altri corpi

prendere vita e nel frattempo splendere sulle cose vicine

tenermi compagnia come le cipolle sbucciate nella luce

mentre preparo un brodo con gli occhiali offuscati

appunto un verso su un foglio

e a volte mi ferisco

scambiando la penna col coltello.

Il suo ultimo lavoro in prosa – a dimostrare l’eclettismo della scrittrice – è: Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena (Laterza, 2013), un volume che nelle librerie, per comodità, si trova negli scaffali dedicati a viaggi, divertimento e sport, ma che in realtà è indefinibile perché ovviamente non si tratta semplicemente di letteratura di viaggio: «La prima lezione delle isole è che non puoi andartene a piedi. Acqua, aria, vento, onde, corde, bitte, sartie. Devi prendere una nave o un aereo. Devi correre in cerchio come un cane. Conosci la protezione ma anche il massimo dell’esposizione. Circondata da un elemento instabile, il mare, l’isola coincide con le forze opposte del rifugio e della minaccia».