Amianto nell’impasto delle ceramiche di buona parte della filiera produttiva italiana. Si tratterebbe di tremolite, un minerale simile all'amianto, con gli stessi pericoli per la salute umana, riscontrato in quantità molto superiori ai limiti permessi dalla legge. Nonostante nel nostro Paese da diversi anni esiste una legge che vieta l'estrazione, l'importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto, un intero comparto produttivo italiano avrebbe continuato a usarlo (senza saperlo) fino alla fine del 2016.

Due anni fa un ispettore della Asl di Viterbo aveva trovato tracce di amianto nell'azienda "Minerali Industriali" di Gallese, nel distretto di Civita Castellana, dove si produce il 70% delle ceramiche sanitarie italiane (lavabo, water, piatti doccia e bidet) e molte anche di quelle da rivestimento (piastrelle). Dopo le conferme di laboratorio, l’azienda era stata sequestrata per la bonifica e il caso era giunto all’attenzione di Alberto Zolezzi, medico e deputato del M5S.

Era stata quindi disposta la perquisizione di 56 ditte del distretto ceramico di Civita Castellana (su 300), che si fornivano da “Minerali Industriali”, per verificare se la contaminazione aveva colpito anche altre realtà aziendali. La risposta era giunta nel marzo 2016: i campioni messi a disposizione dalle aziende risultano contaminati da tremolite. Successivamente, a seguito dell’interrogazione parlamentare di Zolezzi, nel luglio 2016 il governo aveva dichiarato che “gli approfondimenti in corso hanno riscontrato ulteriori indizi che coinvolgono altre aziende sul territorio nazionale impegnate nel settore”. In altre parole, i pm viterbesi avevano confermato che la ceramica contaminata dalla sostanza era finita anche nel distretto di Sassuolo, il più grande e importante d’Italia.

La ditta Minerali Industriali di Gallese aveva subito rivelato ai magistrati che l’impasto contaminato da tremolite era stato importato dalla Sardegna. A fornirlo, la cava concessa alla ditta Maffei a “Cuccuru Mannu”, ad Oriani. Eppure la Procura di Nuoro aveva predisposto il sequestro della cava solo a fine settembre 2016, quindi oltre un anno dopo che la questione era stata sollevata.

L’amianto risulta tossica se disperde nell’ambiente o inalato. A rischio ci sono dunque tutte le persone che hanno partecipato al processo produttivo: estrazione, trasporto, preparazione dell’impasto matrice (l’azienda ‘Minerali Industriali’). Ma anche gli operai delle aziende di ceramiche e quelli che hanno installato lavabo o piastrelle negli appartamenti. Senza dimenticare la fase di smaltimento. L’amianto infatti mette a rischio il terreno e le falde acquifere, cosa diverse invece se si fosse saputo già dall’inizio che quei determinati materiali contenevano la sostanza sospetta (in quel caso sarebbero diventati rifiuti speciali).