Duecentottanta anni fa il Re di Napoli incaricò un archeologo toscano di curare le collezioni farnesiane e di sovrintendere agli scavi di Ercolano. La vicenda biografica di Marcello Venuti, tra Granducato di Toscana e la corte borbonica, sarà raccontata per la prima volta da una scelta di materiali e documenti inediti all'interno di un progetto espositivo su due fronti. Napoli e Cortona unite nel segno di "1738. La scoperta di Ercolano. Marcello Venuti: politica e cultura fra Napoli e Cortona" mostra che fino al 2 giugno 2019 mette in rete diversi enti tra la città toscana a napoletana, in particolare il MANN diretto dal toscano Paolo Giulierini e il MAEC, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona.

La scelta di raccontare la figura di Marcello Venuti rappresenta un trait d’union importante tra i due musei ed apre le manifestazioni in programma da qui a pochi anni per celebrare i tre secoli di vita dell’Accademia cortonese, sorta nel 1727, proponendo un percorso espositivo sui primi anni delle ricerche ercolanesi, basata sulla diretta esperienza dell’archeologo che per primo ebbe l’intuizione che i ruderi rinvenuti fossero quelli della città sepolta nella terribile eruzione pliniana.

Marcello Venuti a Napoli

Lo scopo dell’esposizione è quello di ripercorrere, tra l'altro, la presenza di Marcello Venuti a Napoli, prima come responsabile e diretto ordinatore delle raccolte farnesiane, e quindi come scopritore, di fatto, della città di Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio. Nel 1734, infatti, Marcello raggiunge la città partenopea dove confluiscono molti intellettuali toscani fra i quali Bernardo Tanucci, Bartolomeo Corsini e Bartolomeo Intieri. A Marcello viene commissionato un primo riordino della collezione farnese e, poco dopo, viene nominato Soprintendente alla Libreria, Galleria e Museo della collezione Farnese. Alla fine del 1738 Marcello è il primo a identificare i materiali scavati sotto l’abitato di Résina, vicino alla villa reale di Portici, con i resti dell’antica città di Ercolano, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Sebbene apprezzato il ruolo avuto in questa scoperta, non è sufficiente a garantirgli la nomina a un incarico meglio remunerato.

Come furono scoperti gli Scavi di Ercolano

Immensi flussi piroclastici in venti ore travolsero e sommersero Ercolano sotto un deposito vulcanico di oltre 20 metri nel 79 d.C. Al di sopra di tale interro, almeno nell’area della villa dei Papiri si sovrappose anche la lava dell’eruzione del X secolo d.C., e si sviluppò fin dal Medio Evo l’abitato di Resina, che contribuì a far perdere la memoria dell’esatta collocazione topografica del centro romano. Nel 1738 Carlo di Borbone decise di intraprendere in modo sistematico l’esplorazione del sito, ponendo a capo delle operazioni il vertice del genio militare ingegnere spagnolo Don Roque Joachin Alcubierre, scavando nuovi cunicoli che gli fruttarono nuove scoperte. Va al cortonese Marcello Venuti l’identificazione che l’edificio che si stava scavando era un teatro. Le operazioni di scavo erano sorvegliate da militari borbonici e reperti mobili ma anche pitture e pavimenti tagliati e distaccati erano portati nell’Herculanense Museum, ricavato nell’ala del Palazzo Caramancio della Reggia di Portici, che frattanto Carlo aveva fatto costruire affinché visitatori di rango e studiosi, previo permesso regio, potessero ammirarli.

Gli scavi si susseguirono con la scoperta, intorno al 1750, della villa dei Papiri, effettuato attraverso pozzi e gallerie, fino al febbraio 1761 quando, a causa delle esalazioni di gas, si decise di interrompere i lavori. Nonostante vi fosse un proposito poi inevaso di proseguire gli scavi sotto il decennio francese (1806-1815), solo nel 1828, sotto il regno di Francesco I di Borbone, si intrapresero scavi a cielo aperto (attuali insulae II e VII).