Ho conosciuto Paolo Villaggio lo scorso dicembre, qualche giorno prima del suo ottantaquattresimo compleanno: ero andato a casa sua a Roma per l’uscita dell’audiolibro di Fantozzi. Trovai un uomo stanco e acciaccato ma che non aveva affatto perso la sua sferzante ironia verso il prossimo e soprattutto verso se stesso. Prima di iniziare a girare l’intervista, fece qualche colpo di tosse e mentre si schiariva la voce con qualche difficoltà mi guardò e mi disse: “Ecco, sto morendo!”. Così era Villaggio.

Fantozzi è stato per almeno due generazioni il paradigma del lavoratore del XX secolo, dell’impiegato sfigato, vessato dai Padroni. Forse per un po’ abbiamo anche creduto che la sua ‘maschera’ non avesse più nulla a che vedere con il nostro tempo. Con il mondo post rivoluzione digitale. E invece Fantozzi è ritornato attuale più che mai, la sua condizione di lavoratore in perenne stato di mobbing, un mobbing quasi esistenziale, assomiglia così tanto al mondo del lavoro odierno da farlo essere modernissimo.

“La cosa che più amo di Fantozzi – mi disse appena pochi mesi fa – è il fatto di essere così sfigato da generare una sorta di sicurezza nel prossimo. Fantozzi dà coraggio e non ti fa mai sentire ultimo”. Questo era tutto ciò che Villaggio amava di Fantozzi, era il suo modo per farsi volere bene dagli altri, lui che era un uomo burbero e scontroso, come molti grandi geni della comicità. L’unica momento in cui mi ha spalancato le porte dell’emotività, della dolcezza, è stato quando gli ho chiesto della sua storica spalla, Gigi Reder in arte il Geometra Filini.

Lì per un momento ha cambiato completamente espressione e con grossa sorpresa anche dei familiari (accanto a lui c’era Piero, il figlio primogenito) mi ha confessato: “Reder è stata una delle persone che ho amato di più nella vita. Tutto ciò che ho fatto di importante, l’ho fatto con lui”. Chissà ora cosa si staranno dicendo, chissà quale improbabile scampagnata Filini avrà già organizzato per il suo grande amico Fantozzi… Chissà quante risate.