Il 9 marzo 1994 moriva Charles Bukowski.
in foto: Il 9 marzo 1994 moriva Charles Bukowski.

Venticinque anni fa, il 9 marzo del 1994, Charles Bukowski muore a causa di una leucemia fulminante. Il misantropo, l’alcolizzato, l’indiscreto, osceno, violento, il fallito, lasciò quest’unica parola sulla sua tomba: “Don’t try”. Proprio lui che nella vita aveva davvero provato ogni cosa, sceglie di lasciare questo insensato e significativo testamento. Bukowski fu odiato ed amato, e in entrambi casi a causa della stessa cosa: per la scabrosità con cui, attraverso una scrittura perversa, ha fatto emergere il lato marcio della verità.

Bukowski non credeva che si dovesse “provare” ad essere scrittori o poeti. Bukowski ripeteva spesso che l’unica cosa che davvero era importante nella vita era aspettare. “È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico”. Che l’abbia addomesticate o schiacciate con violenza, sia la vita che la scrittura, per Bukowski, erano figlie di quest’unica regola.

Provocatorio fino alla nausea, patetico fino all'eroismo e razionale fino alla follia, Bukowski ha scritto qualcosa come sessanta opere, tra poesie, romanzi e racconti. Anche solo citando semplicemente i titoli più famosi si tracciano i contorni del gigantesco ed ingombrante spazio che lo scrittore ha occupato nel mondo: “Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze”, opera postuma pubblicata nel 2010, “Taccuino di un vecchio sporcaccione”, con cui esordisce nel 1969; e ancora, “A Sud di nessun Nord”, “Confessioni di un codardo”, “Donne”, passando per l'opera forse più famosa, “Storie di Ordinaria Follia”.

Charles Bukowski, alias Henry Chinaski

Provocazione, dissolutezza, misantropia e solitudine: Bukowski riuscì ad immaginare che tutto questo potesse essere racchiuso in un unico personaggio. Il suo nome era Henry Chinaski, un uomo “abbastanza folle per vivere con le Bestie”, come recita il titolo della prima raccolta di racconti in cui compare quello che diventerà l’alter ego letterario del poeta: dal 1965 e fino a “Hollywood, Hollywood!”, romanzo del 1989, Chinaski ritornerà spessissimo a far parte delle sue storie sporche, incasinate e brutali.

Qualcuno lo ha definito il miglio biografo di Bukowski: l’infanzia infelice e turbolenta, l’adolescenza passata in compagnia dell’alcol ("Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa"), e non ultima la misantropia feroce che lo accompagnerà per tutta la vita, amori e passioni comprese. Negli anni “Hank” è divenuto il volto più noto, odiato e ammirato, di quel realismo sporco di cui Bukowski non poteva fare a meno, portavoce del significato più profondo di quel “Don’t Try” inciso sulla sua tomba.

Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest'anno ho scritto duecentocinquanta poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le avrò dato battaglia. E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va' avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all'azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.