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Correva l’anno 2000: a Roma si accoglievano i fedeli del Giubileo; nel mondo grandi aziende e privati cittadini erano felici di constatare che i loro computer funzionavano ancora nonostante le neomillenaristiche paure informatiche; a Parigi LaTribune festeggiava a suon di coppe di champagne il record delle 91.000 copie giornaliere vendute in edicola. Il 31 Gennaio 2012 gli umori della redazione del secondo quotidiano economico di Francia saranno ben diversi: in quel giorno il quotidiano vedrà i kiosque di Parigi per l’ultima volta. Niente più actualité economique, né odore di rotative, solo la versione online e un’uscita settimanale in stile magazine. Una piccola rivoluzione per la stampa francese. Una rivoluzione che due mesi prima aveva investito anche France-Soir, vera e propria istituzione della Francia pre-sessantottina come ricorda l’attuale direttore di Rue89, Pierre Haski, cresciuto con il sogno d’essere un giornalista du Soir. France-Soir era stato il primo quotidiano del Paese fino alla fine degli anni '60, capace di toccare una tiratura record di 2 milioni 200 mila copie nel giorno della morte di De Gaulle.

Oggi l’Europa della stampa è scossa dagli stessi tumulti che hanno investito i quotidiani statunitensi nel 2009: fu il 17 marzo di quell’anno che il Seattle Post-Intelligencer del gruppo Hearst – sì, quello di Citizen Kane, Quarto Potere -, un giornale capace di vincere due premi Pulitzer, abbandonò le edicole. Ne seguì un drastico ridimensionamento della struttura redazionale, che passò da 160 unità a poco più di 20, e il traghettamento dei lettori dalla carta sul web. Dalla morte del giornale cartaceo nacque un sito che oggi conta quattro milioni di visitatori unici al mese. Un ottimo risultato per un giornale a forte connotazione locale il cui Stato di riferimento – quello di Washington – conta poco più di sei milioni di abitanti. Ciò che accade oltralpe e negli Stati Uniti è uno “scenario incomprensibile” per l’elefantiaca stampa italiana che vive grazie al “contributo” concesso dalle casse dello Stato Italiano. Sono centoventi i milioni di euro che il Governo starebbe per concedere, anche quest’anno, ai giornali del Bel Paese. Quaranta in meno dei centosessanta chiesti dagli editori ma settanta in più rispetto a quelli prospettati, in un primo momento, da Monti. Un fondo che, in ogni caso, è passato dai duecento milioni di euro del 2008 ai centoquaranta di quest’anno e che per volontà dello stesso Presidente del Consiglio dovrebbe estinguersi nel 2014. In FIEG gli editori tremano. Il problema non è rappresentato solo da fattori endogeni – sui quali si possono esercitare “pressioni” – ma anche da spinte esogene contro le quali gli editori italiani non possono combattere; su tutte, l’aumento del costo della carta che dall’inizio del 2011 ha visto aumentare il suo il costo medio per tonnellata da 400 euro a 520-550 euro. Per un quotidiano di medie dimensioni (60-80 mila copie) tutto ciò si tramuta in un aumento dei costi di circa 5/6,5 milioni di euro annui.

Il 2014 sarà l’anno della verità per molti: per i quotidiani locali così come per le grandi testate nazionali. C’è chi si sta preparando al meglio e chi “aspetta” come nella migliore tradizione italiana. Chi si sta muovendo rapidamente è il Corriere della Sera che deve combattere un sensibile calo delle vendite in edicola; in pochi mesi il giornale di Via Solferino è passato dalle 498.000 copie di luglio 2010 alle 465.000 di dicembre 2011 (dato Prima Comunicazione Febbraio), perdendo in poco meno di un anno e mezzo quasi l’8% dei suoi lettori. Se utilizziamo un arco temporale più ampio l’emorragia di lettori è ben più forte: solo nel 2006 il quotidiano milanese raccoglieva intorno a sé un dato di diffusione di ben 624.000 copie. In cinque anni sono quasi 200.000 i lettori che non acquistano più il giornale del gruppo RCS (-30%). Un dato preoccupante che si riversa nei bilanci e che ha fatto registrare al gruppo editoriale, a settembre 2011, una perdita netta di 25,5 milioni di euro (fonte affaritaliani). Un dato importante causato anche dal rallentamento della vendita pubblicitaria su carta, il cui mercato, nel 2012, non sarà più secondo a quello televisivo ma verrà scalzato proprio dal web. I segnali di una possibile “dismissione” della parte “stampata” del giornale, si leggono anche tra le pieghe di questa nota sindacale. RCS vorrebbe cartolarizzare lo stabile – rinnovato di recente – trasferendo la redazione a Crescenzago e lasciando in centro città la tipografia. Una scelta in controtendenza – come detto – con la recente ristrutturazione atta a ospitare le varie anime del Gruppo – dal Corriere alla Gazzetta, passando per la Web-Tv . Uno scenario che non può non lasciare colpiti gli osservatori. Uno scenario da “dismissione” al quale il giornale sta associando una forte spinta verso il digitale. La scelta, ad esempio, di regalare per un anno la versione tablet ai nuovi utenti di un noto gestore telefonico – i beni informati dicono che lo sfoglio del giornale sui dispositivi mobili sarà gratuito anche per i nuovi clienti dei treni NTV – ha permesso al Corriere di avere, ad oggi, circa 55 mila abbonati su iPad/TabletAndroid, di cui 30/35 mila gratuiti.

Con un rapido calcolo si può stimare che al giornale milanese sono abbonati il 2% degli utenti tablet italiani (Apple non diffonde i dati di vendita per paese ma una recente ricerca ha stimato in un milione i device tablet presenti in Italia). All’attuale fetta di mercato va aggiunto il “balzello” di cui vivono i prodotti Apple in seguito ad ogni nuova release. La stima, in linea con i prodotti precedenti, vede un aumento del 100% dei device in seguito al rilascio di un nuovo prodotto. Si può approssimare dunque che il numero di tablet in Italia passerà dall’attuale milione a due nel giro di un anno. Se il Corriere proseguirà nella sua offerta commerciale, potrebbe attendere i 100.000 abbonati già a fine 2012 – un numero che equivarrebbe al 25% circa delle copie venute in edicola oggi – i ben informati affermano che il dato di diffusione sia “dopato” di circa 60/70 mila unità e che oggi il Corriere venderebbe poco meno di 400 mila copie in edicola -. (La stima tiene conto di un CHURN di conversione alto in linea con il mercato tablet del 2011, nda).

Una strategia così dirompente potrebbe avere un forte impatto sull’editoria italiana. Il 1° gennaio 2014 il Corriere potrebbe smettere di andare in stampa e dedicarsi solo al digitale. Dopo aver creato l’abitudine alla fruizione del prodotto su tablet, potrebbe “spaccare” definitivamente il mercato lanciando un abbonamento – sulla scia di quanto fa Le Monde oggi in Francia – a 6/10 euro mensili, con un costo molto più basso rispetto ai competitors. In questo sarebbe agevolato dal ritorno dell' “abitudine” alla lettura mattutina. Un ritorno dell'hegeliana preghiera dell’uomo moderno; con il tablet che diventa la sublimazione del web e della carta; un mezzo che non richiede lo sforzo di andare al mattino in edicola, che al risveglio è sul comodino pronto per essere letto in quanto la copia del giornale è stata già scaricata nel newstand. Un mezzo che può essere trasportato in giro per la casa senza difficoltà (molto più leggero e maneggevole di un portatile) e che consente la lettura delle notizie del giorno mentre si è ancora in pigiama a sorseggiare il caffè. In tal senso le statistiche di fruizione parlano chiaro, i giornali in versione iPad sono letti in una fascia oraria che va dalle 6:00 alle 8:00 contrariamente a quanto accade, invece, per i device mobili che hanno il loro picco di audience tra le 8:00 e le 10:00 ed in “pausa pranzo” e che sono fruiti mentre l’utente è in auto/metro.

Fantascienza? Pura speculazione teorica? Forse. Il vantaggio del passaggio al digitale sarebbe rappresentato dall’evidente abbattimento dei costi di stampa e di distribuzione ma al tempo stesso creerebbe un problema di dismissione dei macchinari: una rotativa costa tra i 5 e i 15 milioni di euro e oggi non sono in molti ad esser desiderosi di acquistare un macchinario il cui mercato sta svanendo. Se si calcola che nella sola di Via Solferino il Corriere dispone ancora di cinque rotative il cui valore (ipotizziamo una cifra al ribasso di 50 milioni di euro per la sola sede milanese ma il giornale ha molti altri impianti sparsi per l’Italia) dovrebbe essere decurtato da un bilancio già in perdita. Ci sarebbe, infine, la questione del forte esubero di personale poligrafico: come dismetterli in silenzio evitando di bloccare la stampa del giornale fino al 2014?

Mentre quest’articolo prende forma, arriva un dato eloquente: per la prima volta nella storia della stampa anglossassone, il Financial Times ha visto i suoi abbonati iPad sorpassare, in numero, quelli cartacei raggiungendo la cifra “monstre” di 270.000 abbonati digitali a fronte di 337.000 copie vendute in edicola, un rapporto quasi 1 a 1. La crescita degli abbonamenti è stata inarrestabile in seguito alla messa in commercio dell’iPad. Nel marzo 2010 gli utenti digitali paganti erano 126.000, in seguito al lancio del device da parte dell’azienda di Cupertino il numero è schizzato, in un anno, a 210.000 Mentre il FT raddoppia, lo storico quotidiano progressista spagnolo Pùblico chiude, annunciando la fine della versione stampata e assicurando la sola presenza su web. E’ questa la strada che seguirà il Corriere? Forse… Le variabili sono diverse: in prima battuta il rilascio di nuovi device da parte dell’Apple e la loro diffusione. Se all’iPad 3, entro il 2014, seguirà un’iPad 4 non ci sarebbe da stupirsi se il numero di tablet sfiorasse i 4 milioni (cifra che corrisponderebbe alla quota totale di giornali comprati in Italia). In secondo luogo la reattività del mercato: se il Corriere continuerà con questa strategia aggressiva vedrà il suo delta carta/tablet ridursi (fino a toccare un rapporto 1 a 1?) a quel punto la scelta sarebbe quasi obbligata poiché il rischio di “svalutare” il prodotto carta diverrebbe troppo elevato. Molto dipenderà, poi, dal fondo all’editoria e da questo Governo. Ed infine molto dipenderà dai giornalisti: avranno il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e accettare che il valore di un giornale non è dato dal supporto sul quale viene letto ma dalla bontà del suo contenuto?

A questo punto non ci resta che aspettare il 2014: l’anno zero dell’informazione italiana.

Francesco Piccinini