Virginia Raggi come Silvio Berlusconi. In un odierno editoriale pubblicato da Libero Quotidiano, il giornale milanese diretto da Vittorio Feltri, la prima cittadina di Roma è stata definita, senza troppi giri di parole, una "patata bollente" e a più riprese Feltri ha sostenuto la tesi secondo la quale la Raggi sarebbe essa stessa l'origine dei propri guai politici e giudiziari scaturiti da vicende personali. Il fil rouge che collega le varie tesi esposte nell'editoriale è sempre uno: dalle chiacchierate segrete sul tetto con il collaboratore capitolino fino alla triplicazione dello stipendio di Romeo, la Raggi sarebbe esattamente identica al Silvio Berlusconi che pagava le Olgettine. Anzi no, peggio. "Si dà però il caso che Silvio pagava di tasca i propri vizietti, mentre Virginia detta Giulietta ha attinto ai soldi pubblici per triplicare lo stipendio a Romeo. Mi pare una aggravante, ma non calchiamo la mano. Invoco soltanto la par condicio per chiunque sia trascinato dalla passione", scrive Feltri. Insomma, Virginia Raggi non sarebbe impegnata a gestire una patata bollente nel senso di una situazione complicata, ma sarebbe essa stessa la patata bollente. E mi limito a lasciare al lettore l'audacia di intuire il significato recondito che si cela nel gioco di parole scelto da Libero Quotidiano.

Virginia Raggi, così come molte altre donne che nel corso del tempo hanno acquisito ruoli di rilievo nel panorama politico o mediatico, viene ancora una volta criticata non tanto nel merito delle accuse mosse dalla magistratura, quanto sulla base di un teorema fondato su illazioni pecorecce e nemmeno velatamente sessiste, ma anzi insistentemente misogine. Tralasciando la tesi dell'editoriale, leggendo il pezzo le velate ingiurie e offese dirette a Virginia Raggi sono principalmente incentrate sull'aspetto fisico del sindaco di Roma. Giusto per fare un esempio: "Ho già scritto di lei che sembra la commessa di un negozio di intimo (non intimissimo) e non insisto", come se l'aspetto fisico fosse dirimente per un sindaco.

Dalla cellulite, al vestito scollato, all'accavallata sexy della Boschi, ai bei faccini "imbambolati" delle politiche nostrane, il problema che ciclicamente torna prepotentemente nel dibattito politico e giornalistico è sempre lo stesso: le donne in politica molto spesso vengono criticate e sezionate in quanto donne e non, come si dovrebbe, per ciò che fanno. Intendiamoci: nessuno sostiene che un politico donna non debba confrontarsi con le critiche, spesso anche dure, ma che dovrebbe avere la possibilità di rispondere a rilievi che non prevedano come fulcro dei quesiti questioni prettamente estetiche. Esattamente come fu sbagliato offendere Mara Carfagna, all'epoca ministro delle Pari Opportunità del Governo Berlusconi – per molto tempo offesa per la sua bellezza, considerata poco professionale, e al tempo stesso diffamata e criticata con velate insinuazioni sessuali relative alla sua immeritata scalata politica, copione molto simile anche per l'ex ministro Maria Elena Boschi, deve essere considerato sbagliato e poco civile, in un paese che civile vuole definirsi, l'ostentata critica sessista nei confronti delle donne che raggiungono ruoli di prestigio all'interno dell'agone politico.

Sembra quasi che una donna in politica si possa criticare solo così, quasi come a sostenere che in quanto donna sia per genetica un essere inferiore rispetto all'uomo, manchevole di qualità intellettive, naturalmente inadeguate a occupare un posto che non sia quello di fronte ai fornelli della cucina, tanto vale che il politico o notista di turno si risparmi la fatica di costruire critiche argomentate e strutturate. Dalla bellezza assurta a valore fondamentale per l'esercizio del potere, alle continue e incessanti illazioni circa la carriera che una donna si trova costretta a dover smentire vita natural durante, illazioni che guarda caso non risulta colpiscano gli omologhi uomini, quella italiana è nei fatti una visione distorta e misogina che non fa certo onore a un Paese che sembra vivere il 2017 ancora ancorato al retaggio sessista in stile anni '40.